A160 anni dall’unità d’Italia il paese si spacca tra chi è pro e chi è contro i festeggiamenti. Allora provo con un terzo hastag.

E’ bello vedere come il mondo del web si divida in fazioni senza una volontà di ascolto, comprensione e approfondimenti tra chi è pro e chi è contro i festeggiamenti per i 160 anni dell’unità d’Italia, dove gli hastag #iofesteggio e #iononfesteggio fanno da padroni.

Provo a lanciare un hastag diverso: #Iofesteggerò. Sì, festeggerò, ma non ora.

Festeggerò quando la smetteremo di raccontarci la favoletta dei Mille che hanno attraversato mezza Italia a piedi, unificandola senza spargimento di sangue, e chiariremo la posizione della Gran Bretaglia, della Massoneria e della mafia nel processo di Unità d’Italia.

#iofesteggerò quandò troverò nei libri di scuola anche degli approfondimenti sulla posizione di Garibaldi e dei garibaldini che, negli anni successivi all’Unità, rividero le loro posizioni perché il neonato regno aveva disatteso quanto promesso e tutto ciò per cui i garibaldini stessi avevano combattuto.

#iofesteggerò quando non ci sarà bisogno di rimpiangere un regno passato, quello dei Borbone, che non fu solo fatto di magnifiche sorti e progressive ma nemmeno di selva selvaggia ed aspra e forte. Che forse non aveva tutti i primati decantati dai Neoborbonici, ma almeno una metà sì. Che, d’accordo, non era un regno privo di divergenze e contraddizioni, ma nemmeno arretrato come si vuol dipingere.

D’altronde tra noi possiamo dircelo, in famiglia, tra #fratelliditalia, o abbiamo qualcosa da nascondere? E’ questo il punto che non rende uniti gli italiani, dopo tanto tempo, o sbaglio?

Una unità poco inclusiva

Uso non a caso parole inclusive perché l’unità la volevano in tanti, forse tutti, sul modello magari pensato da Mazzini (finito nel tritacarne degli #iononfesteggio), ossia una unione degli stati italiani in un’unica repubblica, oppure l’Italia confederata di Carlo Cattaneo (del cui pensiero si è indebitamente appropriata la Lega della “Padania libera”). 

L’unità, invece, la portò avanti un re che fu poco inclusivo: si diede nome Vittorio Emanuele II (in continuità con il regno precedente, e non Vittorio Emanuele I della nuova Italia), si incoronò “Roi d’Italie” (sì in francese, alla faccia della nuova Italia), e condusse una guerra mai dichiarata che procurò un numero non definito di morti civili (e non venite a dirmi che erano quattro briganti). La penisola non fu italianizzata ma piemontizzata, non unita ma annessa, non inclusa ma imposta. E il discorso non vale solo per il Regno delle due Sicilie, ma per tutti gli altri stati pre-unitari.

Se oggi c’è chi si lamenta dell’Unione Europea unita, immaginate come vi sentireste se – in nome dell’ Europa Unita – Bruxelles mandasse i carri armati a bombardare il vostro paesino, uccidere i vostri genitori, stuprare le vostre donne per poi dire “bene, vi abbiamo liberati. Ora siete europei”. E se vi lamentate tranqulli: sarere bollati come briganti, messi al muro e fucilati.

Ma a proposito di morti, ma quanti furono? Fu una scampagnata come la descrivono gli #iofesteggio o una pulizia etnica come la descrivono gli #iononfesteggio? A me piacerebbe saperlo. Quella ferita rischia di diventare insanabile se non ci sediamo intorno ad un tavolo a raccontarci la verità.

A Pontelandolfo e a Casalduni ci fu una mattanza o solo “fatti”, come li definisce Wikipedia? E cosa è successo davvero a Bronte? E quanti stupri, saccheggi, esecuzioni di massa?

L’Unità oggi

Ma cosa importa se, quasi due secoli fa, l’unità fu fatta bene o male? E’ una domanda che mi è stata fatta più volte e che rimanda ad ulteriori approfondimenti. Importa nel momento in cui registiramo un impoverimento del meridione se si partiva da un Regno delle Due Sicilie ricco (come sostengono gli #iononfesteggio) o la cui situazione è rimasta invariata e addirittura peggiorata, se si partiva da un regno in passato povero (come sostengono gli #iofesteggio). Insomma nell’un caso o nell’altro, tutto o poco è cambiato.

La disunità oggi si manifesta nella mancanza di un piano di investimenti in infrastrutture al Sud, nell’emoragia di giovani che si formano al Sud e poi emigrano al Nord, in un’economia meridionale che viene considerata di natura coloniale in relazione al nord, in una ripartizione dei fondi Europei e della spesa pubblica negli ultimi anni sempre sbilanciata verso Nord.

Eppure un’Italia equamente funzionale, con un Sud forte, avvantaggerebbe tutti, anche e soprattutto il Nord. Sia perché diventerebbe un mercato con maggiore capacità di spesa, sia perché contribuirebbe in modo decisivo al PIL nazionale. E se oggi l’Italia è la settima potenza mondiale, figuriamoci con una doppia trazione motrice.

Io festeggerò, ma quando?

No, non datemi del neoborbonico perché non lo sono: a me la storia della mia città, della mia terra e del mio paese piace tutta, indipendentemente dal re o dal governo in carica. E poi darmi del neoborbonico sarebbe come finire qui il discorso. Io invece ho domande da fare, e tante. Ma non vedo risposte, almeno di quelle che si attendono in un paese adulto, che ha fatto i conti con il proprio passato e che vuol definirsi una democrazia compiuta.

Quindi sì: io festeggerò quando avrò le risposte, perché allora avremo davvero fatto gli italiani, e non solo l’Italia.

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