Radio B92, storia di resistenza mediatica

Article published by Voceditalia.it – Year: 2017 – Language: Italian

Chiusa per 4 volte dal regime di Miloševic, ha utilizzato internet e studi clandestini per le trasmissioni Belgrado, è il 26 marzo 1999. Da quasi tre ore è passata la mezzanotte quando due tecnici del Ministero delle Poste Jugoslavo e dieci poliziotti spengono la frequenza 92.5 MHz di Radio B92. Viene notificato il motivo: un banalissimo cavillo tecnico. Due giorni prima, il 24 marzo, veniva arrestato l’editore dell’emittente, Veran Matic. Lo scenario che si prospetta all’orizzonte è quanto mai nebuloso. A Rambouilleit sono falliti i tentativi di mediazione tra governo federale ed il cosiddetto gruppo di contatto formato da USA, Russia, Francia, Germania, Regno Unito ed Italia.

Guerra Yugoslavia

E’ l’atto finale di un decennio di instabilità nell’intera area dell’ex-Jugoslavia iniziata dopo la caduta del muro di Berlino con un rigurgito di nazionalismo serbo cavalcato dal presidente Slobodan Miloševic. A seguito di referendum popolari Slovenia e Croazia avevano proclamato l’indipendenza nel 1991. Con l’obiettivo di radunare tutte le popolazioni serbe sotto un unico grande stato, la Grande Serbia, Miloševic aveva lasciato l’indipendenza alla Slovenia ed attaccato con l’esercito federale jugoslavo e truppe paramilitari la Croazia. Nel 1992 quando, a seguito di un ulteriore referendum, la Bosnia Erzegovina decide di proclamare l’indipendenza, scoppia una sanguinosissima ed atroce guerra. Intanto in Kosovo si intensificano gli scontri tra UCK, l’esercito di liberazione albanese, la polizia federale
e feroci gruppi paramilitari serbi. La Serbia continua ad isolarsi a livello internazionale e anche all’interno il Montenegro non riconosce più le istituzioni federali. E’ il caos etnico, civile e mediatico.Radio B92, fondata nel maggio 1989 come radio studentesca, vive e descrive gli eventi con imparzialità non allineata al regime, tanto che dopo soli due anni viene chiusa dalle autorità per il suo ruolo nelle dimostrazioni di Belgrado e per aver osato denunciare l’isolamento nel quale Miloševic stava trascinando pericolosamente il paese.

Nel 1993, l’emittente si unisce ad altre sette stazioni serbe per formare l´Associazione dei Media Elettronici Indipendenti ANEM (Association of Independent Electronic Media). Durante il periodo delle grandi manifestazioni anti Miloševic del 1996, Radio B92 viene chiusa una seconda volta ma le nuove tecnologie le consentono di utilizzare il web come nuovo mezzo d’informazione, pubblicando i notiziari sul sito intenret www.b92.net, mentre forti pressioni internazionali e nazionali forzavano Miloševic ad autorizzarne nuovamente le trasmissioni.

Seguono periodi di repressione. I giornalisti non allineati vengono fatti tacere con ogni mezzo. Nell’ottobre del 1998 un decreto sull’informazione pubblica concede a Miloševic ogni potere sui media interni e la possibilità di censurare le trasmissioni radiotelevisive straniere stabilendo multe esorbitanti per i media locali che violino la legge.Anche le trasmissioni in serbo delle emittenti straniere Bbc, Voa, Radio Free Europe/Radio Libery e Deutsche Welle vengono
bandite e boicottate. Il 1999 è un anno cruciale per la Serbia e per ciò che resta dell’ex Jugoslavia. Il 24 marzo, alla vigilia dell’attacco della Nato contro la Serbia, i direttori delle principali testate giornalistiche del paese vengono invitati ad un incontro con il Ministro dell’Informazione e gli viene spiegato che “presto sarebbe stato dichiarato uno stato di guerra e che in quelle particolari circostanze alcune libertà basilari, garantite dalla costituzione, sarebbero state conseguentemente limitate”. Viene ordinato che tutte le pubblicazione vengano portate dal Ministro per una ispezione preventiva ed un’approvazione.

Il 30 marzo 1999 il sito internet della radio (www.b92.net) saluta i visitatori con questa scritta: “Radio B92,
censurata, continua a vivere sul web”. Il sito aggiorna in tempo reale la situazione dalla capitale e dalle altre province della federazione sotto attacco della Nato. I notiziari sono scaricabili in lingua serba e in inglese e vengono trasmessi ogni due ore dalle 12.05 alle 22.05.Dopo lo spegnimento del ripetitore di Belgrado il 26 marzo, il 2 aprile gli agenti fanno irruzione negli studi della radio impugnando un ordine del magistrato secondo cui il direttore Sasa Mirkovic viene rimosso e sostituito da Aleksandar Niakcevic, un ex leader studentesco del Partito Comunista. L’emittente è ora sotto il controllo del Consiglio della gioventù, un’organizzazione che è collegata ai socialisti del presidente Slobodan Miloševic. Sono i giorni dei raid aerei della Nato. Belgrado è in ginocchio, il governo vacilla. I locali, le frequenze e il
nome di B92 vengono danneggiati e boicottati dagli uomini del regime in un disperato tentativo di imbavagliare la radio. Anche il sito web, che era arrivato ad oltre un milione di accessi al giorno, viene oscurato. “Siamo stati e siamo indipendenti”, dichiara ancora una volta Veran Matic. La radio riprende momentaneamente a trasmettere, con il nome B2-92, utilizzando frequenze e studi di fortuna. Inizia allora un’esistenza clandestina con trasmissioni audio e video prodotte da studi segreti. I programmi radio e le produzioni televisive vengono spedite via satellite e via Internet agli altri membri dell’ANEM che coprono con i loro segnali quasi tutto il territorio nazionale e ad altre stazioni oltre frontiera in Bosnia e Romania. Le pagine web di B2-92 vengono ospitate dal provider Olandese XS4ALL. Il segnale dell’emittente viene trasmesso in tutto il mondo attraverso lo streaming audio. E’ il primo grande impatto mediatico
in Europa che unisce ùinternet alla radio per un evento di rilevanza storica.

Dopo l’episodio la censura si inasprisce ed il centro stampa dell’esercito jugoslavo emette un “Codice di condotta per i corrispondenti stranieri nella Repubblica federale di Jugoslavia in tempo di guerra”, che impone il controllo da parte del Centro di tutto il materiale trasmesso o scritto, proibendo nello stesso momento le dirette. Si abbatte la censura anche sui server internet e la violenza nei confronti dei giornalisti, così nel maggio del 2000 quello che resta di Radio B92 viene chiuso per la quarta volta, nonostante l’avvicendamento di uomini di fiducia di Miloševic alla guida
della stessa. E’ il 17 maggio 2000. Passamontagna sul volto e mitra in mano, alle due del mattino decine di agenti fanno irruzione nel palazzo Beogradinka, nel centro di Belgrado.“E’ calato il buio sui media, il potere ha deciso di passare alla dittatura aperta”, denunciano gli oppositori in un comunicato congiunto ed invitando la gente a scendere in piazza. Con Radio B92 viene chiusa Radio Index e Studio B TV. L’etere rimane univocamente volto a Miloševic
che, tramite il sito ufficiale del regime, spiega al mondo il perché delle azioni terroristiche, definite ‘buone e giuste’, portate avanti nei confronti dei kossovari.

Qualche giorno dopo viene chiusa Radio Pancevo, emittente seguitissima che trasmette dal centro industriale a una
decina di chilometri da Belgrado. Molti giornalisti che lavoravano per testate indipendenti vengono arrestati sulla base del decreto del Governo Federale riguardante l’applicazione della legge sulle procedure criminali durante lo stato di guerra, mentre altri giornalisti vengono arruolati forzatamente nell’esercito per sottrarli al loro lavoro (si calcolerà che il 30% dei giornalisti che lavoravano per media indipendenti erano stati chiamati a servire la patria).

Miloševic si ricandida alle elezioni del 24 settembre 2000, grazie ad una riforma costituzionale, ma viene sconfitto da Vojislav Koštunica, un nazionalista moderato a capo di tutta l’opposizione, e il 6 ottobre è costretto, dopo una grande manifestazione sfociata nell’occupazione del parlamento, a riconoscere la sconfitta. Il 5 ottobre del 2000, con la caduta
del regime di Miloševic ed in seguito ad un’ampia richiesta popolare, radio e Tv B92 riprenderanno a trasmette. A più di sei anni dalla fine del conflitto e di quei terribili giorni, la Serbia non ha conosciuto la piena libertà d’espressione. Nella difficile situazione mediatica del dopo conflitto, Radio B92 rimane tutt’oggi una delle voci libere del paese, facendosi portavoce e garante anche delle opinioni degli ex-persecutori.

Romano Krlo. Viaggio nel mondo inesplorato dei ROM

A Brescia Bajram Osmani ci apre le porte di Radio Onda d’Urto e del mondo ROM

Alla scoperta della la cultura e degli intellettuali ROM.

L’iconografia, spesso condita d’intolleranza e diffidenza, li vorrebbe tutti confinati in campi nomadi, sporchi e lavavetri, con figli al seguito costretti a chiedere l’elemosina. Giostrai nelle favole, musicisti nella poesia, mendicanti nelle periferie.
Rispetto ad altri popoli, minoranze etniche o sociali, c’è la volontà nell’uomo comune di allontanarne il fisico e la mente, di voltare la faccia o nasconderne socialmente l’esistenza pensando che riguardi altri, che sia un problema di confini territoriali, che “se ne tornassero al loro paese”. Ma quale paese?
Ma se molti li considerano ‘un problema sociale’, la politica li ripone alla voce ‘questione di ordine pubblico’, i ben pensanti evitano semplicemente il discorso o di trovarseli nel raggio della propria circoscrizione.
C’è confusione, molta confusione. Anche sulle origini non c’è piena chiarezza e spesso la confusione viene condita da errate attribuzioni geografiche. Nel volerli rimandare ‘al loro paese’, molti confondono il termine ROM o ‘Romani’ con la radice delle parole Romeno e Romania, individuandone nel paese balcanico, che pur ne ospita una nutrita rappresentanza, la terra di
provenienza. Nient’affatto. Anche il termine ‘gitani’ li vuole provenienti dall’Egitto mentre parte degli storici, basandosi su elementi linguistici, ne attribuisce l’origine agli indeoeuropei, ed altra parte degli storici, basandosi sullo studio di usi, costumi ed usanze religiose, ne fa risalire l’origine ad un ceppo ebraico.
E’ così che, per fare chiarezza, abbiamo deciso di capirne di più entrando nel mondo ROM ‘dalla porta principale’, come più volte ci ha ripetuto chi quella porta ce l’ha aperta con enorme disponibilità, un gentile sorriso e la foga di chi ha tanto da raccontare in poco tempo.
Bajram Osmani è giornalista e commissario per i media dell’International Romani Union, organizzazione non governativa che rappresenta i ROM di tutto il mondo, organizzazione della quale lui è voce ufficiale. Ogni sabato su Radio Onda d’Urto di Brescia (www.radiondadurto.org) si collega con giornalisti, emittenti radio e Tv, uomini politici, intellettuali e professori da ogni parte d’Europa per dar voce ai ROM, a quel popolo invisibile che ci abita accanto, con il quale condividiamo parti di terre che loro, prima di tutti, considerano libere.
Bajram è sempre sorridente, ha la pazienza di chi vuole conoscere e far conoscere, ma diventa focoso e sanguigno quando si parla dell’olocausto del suo popolo nella storia, non solo remota, ma anche recente. Lui stesso, circa 14 anni fa dovette lasciare il Kossovo per sfuggire alle stragi ed all’orrore di quella terra.
“Romano Krlo”, la Voce dei ROM, è il programma che unice in un network di voci le idee dei ROM nel mondo. Mostra con soddisfazione le tessere che lo accreditano come giornalista.
Quando iniziamo a parlare un punto risulta subito di comune accordo: la conoscenza è l’unico antidoto contro l’intolleranza. E’ anche per questo che ci ritroviamo dinanzi ad un microfono, per conoscere un mondo che tutti ignorano.
I telefoni che squillano danno voce a persone da ogni parte d’Europa che ascoltano via internet o via satellite. L’approfondimento è d’obbligo: si parla di diritti umani ma anche e soprattutto di Kossovo. In diretta telefonica con la prima emittente ROM in Serbia, RTV Nisava (www.bahtalodrom.org.yu), il direttore Ferad Saiti ci parla delle potenzialità e delle difficoltà di gestire un centro media ROM, soprattutto in un paese come la Serbia dove ancora si lotta per la libertà di informazione. Nel 2001 la volontà di far tacere RTV Nisava fu ostacolata dalla mobilitazione degli stati
europei che consentirono di non farla chiudere. Un milione di ascoltatori circa segue le emittenti del gruppo e il ruolo sociale di dialogo e diffusione di conoscenza e cultura, di informazione dei diritti, anche quelli elementari, risulta fondamentale.
Al dott. Luigino Beltrami, di Rifondazione Comunista, da sempre sensibile alle problematiche dei ROM, chiediamo come mai ci sia un popolo sotto silenzio, un popolo che ha subito più di un olocausto ma che rispetto ad altri, vedi ebrei ed armeni, continua a non aver voce. “E’ nella natura dei ROM essere un popolo transnazionale, e la mancanza di una terra e quindi di una nazione,
che vuol dire anche istituzioni e cioè qualcuno che li rappresenti, finisce sempre per svantaggiarli. Ma il fatto che non abbiano una nazione non significa che non esistano. Anzi, grazie ad istituzioni come l’IRU e di una classe intellettuale di cui fa parte Bajram Osmani, si sta cercando di incrementare un dialogo con le istituzioni nazionali e transnazionali come l’Unione Europea
intorno a temi caldi e importanti come diritti umani, sanità, scuola, etc…”
Ma nei giorni in cui a Vienna falliscono i dialoghi tra Serbi ed Albanesi per il futuro del Kossovo una nuova minaccia pende sulle teste del popolo ROM: la decisione di rimpatriare nella regione le circa 150.000 persone che sono fuggite dopo la diaspora avvenuta a causa della guerra. Lo ribadisce con forza il Presidente della Federazione ROM della Repubblica Serba, nonché Vice
Presidente del Parlamento Alternativo Internazionale e nuovo eletto al Parlamento della Repubblica Serba, Damianovic, sostenendo che “chi dovesse prendersi la responsabilità di rimpatriare in questo momento storico i ROM in Kossovo, come da accordi del 2003, sarebbe artefice di una catastrofe umanitaria senza precedenti”. Si riferisce alla proposta, o meglio la decisione, del Ministro Tedesco Otto Schily di rimpatriare circa 54.000 persone che rischiano di essere rimandate forzatamente in Kossovo. I più sono ROM, Ashkali e Egiziani Kossovari.
“La guerra in quelle zone – continua il Presidente Damianovic – non è stata solo una guerra tra serbi e albanesi, dei quali si parla, ma ha visto vittime innocenti anche tra i ROM che, non essendo né dell’una né dell’altra parte, sono stati vittime di entrambi gli schieramenti”.
Sulla stessa linea è Bayram Aliti, ex Ministro del Kossovo, ora membro del Parlamento IRU e Presidente del comitato del gruppo di crisi del Kossovo, anche lui in collegamento telefonico.
Bajram Osmani, che di quella carneficina è stato testimone, ci apre le porte della sua casa, un elegante appartamento in centro a Brescia, dove abita con la moglie e i 7 figli. Continua il suo racconto descrivendoci le atrocità delle quali si è macchiata l’UCK, l’esercito di liberazione del Kossovo.
Davanti ad una tavola imbandita di bevande e cibo, l’occasione è buona per conoscere meglio il mondo ROM ed eliminare un pò di quelle leggende che ne ruotano attorno. Ci parla degli intellettuali ROM in Italia, come Alexian Santino Spinelli (www.alexian.it), musicista, poeta, compositore e docente di lingua e cultura romani all’Università di Trieste.
Quando prendiamo la via del ritorno è già buio. La città di Brescia riacquista i suoi colori artificali dei neon e delle luci degli eleganti palazzi del centro. In strada brulica una varietà multietnica di persone indaffarate a prepararsi ai divertimenti del sabato sera. Tra questi ci sono anche dei ROM, come i figli di Baijam. Ma non tutti lo sanno, non tutti se ne accorgono.

Pirati del mare e dell’etere, le radio offshore nella storia della radiofonia europea

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2007 – Language: Italian

La Voce d'ItaliaUn vascello è ancorato al molo nel porto di Antwerpen in Belgo. Chi passa sulla banchina non ci fa caso, sembra una delle tante navi dimenticate a far muffa e ruggine, relitto destinato al cimitero delle imbarcazioni. Eppure quella nave ‘acciaccata’ è un pezzo di storia. La “Norderney”, infatti, è una delle prime sfide della radiofonia privata al servizio pubblico in Europa.

E’ il 1960 quando l’imbarcazione di radio Veronica, una vecchia nave faro tedesca chiamata Borkum Riff (la prima delle due, in servizio tra 1960 al 1964), prende il largo a 3 miglia dalla costa olandese in territorio internazionale per iniziare la propria personale sfida alla radiofonia e alla storia. “Gli studi di registrazione erano sulla terraferma” ci dice Federico l’Olandese Volante che di quella esperienza fu protagonista nel 1969 all’esordio della sua brillante carriera e che in quella radio resterà per un anno e mezzo. Nella radio non nella nave: “Le bobine si registravano sulla terraferma – continua – e venivano poi portare sulla nave e messe in onda. Ogni trasmissione durava 58 minuti, nei due minuti di stacco il tecnico improvvisava una diretta e poi riattaccava la bobina della trasmissione successiva. Noi della terraferma non eravamo punibili al contrario di chi era in mare che poteva essere arrestato. Veronica batteva bandiera panamense ed era in acque internazionali (per l’Olanda a 3 miglia dalla costa) e una volta una tempesta ruppe le catene delle ancore, la nave andò alla deriva entrando nelle acque territoriali olandesi. Tutto l’equipaggio fu arrestato”.

Di quell’esperienza, che precederà la consacrazione artistica con Radio Monte Carlo, Federico ne parla ancora con piacere e passione: “Passavamo musica attuale ma anche la musica che le allora radio pubbliche consideravano trasgressiva, band che di lì a qualche anno avrebbero fatto la storia della musica. Non dico che dovrebbero ringraziare noi ma radio come Veronica sono state le prime a seguire i gusti dei giovani dell’epoca”. Per la prima volta andrà on air anche il rock’n’roll in un panorama radiofonico europeo dominato esclusivamente dai colossi come BBC, Radio France International etc.

Radio Veronica non è stata l’unica delle radio offshore. Già nel 1958 Radio Merkut, su nave battente bandiera panamense, inizierà a trasmettere al largo della Danimarca, ostacolata dall’intervento delle autorità e costretta prima a cambiare nave poi a chiudere. E ancora Radio Caroline, con una flotta di ben tre navi, trasmetterà dal 1964 nel sud est dell’Inghilterra. Nello stesso anno Radio Northsee trasmetterà in un primo momento da una postazione fissa in mezzo al mare e dal 1971 al 1974 da una nave a tre miglia dalla coste olandesi (con il nome di Radio Northsee International.) Radio London, meglio conosciuta come Big L, trasmetterà quasi tre anni dal dicembre 1964 all’agosto 1967. In Svezia, Radio Nord sarà on air nel 1961 e ‘62. “Trasmettendo dai mari del nord” continua Federico “si aveva un bacino di utenza enorme: in 150 chilometri ci sono città come Londra, Amsterdam, Bruxelles, Rotterdam. Anche il mercato pubblicitario era appetibile e quindi le radio offshore iniziavano ad essere un business”.

Erano soprattutto gli americani che, attraverso questo mezzo non autorizzato ed a costi bassi, riuscivano a fare breccia nel mercato europeo mantenendo i loro livelli di investimento. Bert Alting, da sempre amante ed appassionato collezionista di tutto ciò che riguarda Radio Veronica, ricorda come, forte di circa 4 milioni di ascoltatori stimati, nel solo periodo tra marzo e novembre 1963 la radio conterà 38.000 passaggi pubblicitari, molti dei quali di industrie del tabacco americane ed inglesi come Golden American and Pall Mall Export. Storia di radio e pionieri, di pirati dell’etere e del mare. Se da un lato infatti Radio London e le radio offshore inglesi subirono aggressioni da parte dei marines, il vero e proprio giallo con tanto di battaglia navale e, purtroppo, di morto avvenne nei mari al largo dell’Olanda.

La guerra tra radio Veronica e Radio Northsee International fu prima verbale poi divenne una vera è propria battaglia tra pirati. L’epilogo nella notte del 15 maggio 1971, le 22:50, quando alcuni sommozzatori piazzarono una bomba sotto la chiglia della Mebo II, la nave di Radio Northsee International. “I due uomini d’affari svizzeri Erwin Meister e Edwin Bollier (da ciò il nome della nave Me=Meister, Bo=Bollier) avevano ricevuto da Radio Veronica – secondo il racconto di Bert Alting – l’equivalente di 450.000 euro per un accordo che prevedeva di non trasmettere in lingua olandese”. Il patto non fu rispettato e la ritorsione, nell’intenzione del direttore di radio Veronica, Bull Verweij, doveva essere quello di rompere gli ormeggi alla Mebo II e lasciarla alla deriva nelle acque territoriali olandesi, in modo da consegnarla alle autorità marittime del paese. La storia non andò proprio come la si aspettava e i sommozzatori fecero saltare in aria la nave proprio durante la diretta di un notiziario. Un marinaio affogò e per l’omicidio fu accusata radio Veronica il cui proprietario fu arrestato. Sarà in carcere quando, grazie al Marine Offences Act del 1 settembre 1974, il governo Olandese legalizzerà la radiofonia privata e radio Veronica diventerà una delle prime radio libere e private d’Olanda.

La caduta del muro di Berlino, un equivoco mediatico

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2007 – Language: Italian

La DDR, il muro di Berlino, la Germania divisa. 18 anni fa l’inizio della fine per un clamoroso equivoco mediatico.

La Voce d'ItaliaWinfried Freudenberg è un nome che ai più non dirà proprio nulla. Eppure rappresenta l’ultima grande beffa di quel che rimane del muro di Berlino. Winfried, infatti, fu l’ultima vittima, ucciso dalle guardie di frontiera nel marzo del 1989. Solo qualche mese più tardi quel muro, la DDR e l’intero sistema di blocchi, la guerra fredda ed una visione bipolare del mondo non esisteranno più.

Tutto ha inizio alla fine della seconda guerra mondiale. La Germania non è più una nazione unita ed anche l’informazione si divide rispecchiando i blocchi di influenza che dividono l’Europa.

Nella Repubblica Federale Tedesca (RFT) nascono NWDR–Nordwestdeutscher Rundfunk (Northwest German Broadcasting – NWDR) di Amburgo, riaperta dalle forze di occupazione inglese per dare comunicati entro la British Zone, BR–Bayerischer Rundfunk in Baviera e SDR-Süddeutscher Rundfunk mentre nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT o DDR) accanto alla Berliner Rundfunk, riattivata dalle Autorità militari sovietiche nel 1945, sorgono, nei 5 Länder, altrettante stazioni radiofoniche, poi soppresse nel 1952 perché “la radiofonia circolare” fosse ricostituita secondo il modello sovietico” (la cosiddetta Deutschlandsender, Radio Berlino) .

Deutschlandsender mantiene il nome pre-bellico e trasmette programmi dalla neonata Repubblica Democratica Tedesca con l’intento di raggiungere gli ascoltatori della Repubblica Federale. La Radio inizia a trasmettere su onde corte e su onde lunghe alla frequenza 185 kHz per poi passare in FM col nome di Radio Berlino.

Se ad oriente le radio si allineano alla “Russificazione” dei paesi del patto di Varsavia assoggettandosi alla propaganda comunista, in occidente alle radio nazionali si affiancano le nuove super-stations americane che sbarcano nel vecchio continente per portare un’informazione alternativa ai paesi che si trovano nell’emisfero sotto controllo Russo.

I venti di guerra che arrivano da est, infatti, fanno presagire una nuova guerra dell’etere e gli Stati Uniti iniziano una strategia mediatica che durerà fino ai giorni nostri. Forti dell’esperienza “mediatica” della seconda guerra mondiale, le radio americane (Radio Free Europe in testa) si propongono di spezzare la propaganda sovietica e la chiusura mediatica di regime con programmi di controinformazione.

Ma le trasmissioni oltre cortina non sono unilaterali. La guerra fredda diviene guerra dell’informazione e nel 1950 nella DDR nasce l’Ard, consorzio di lavoro federale che raggruppa gli enti radiofonici di diritto pubblico delle regioni tedesche, dando il via ai programmi per stranieri, i cosiddetti “Ausländerprogramme”.

La guerra dell’etere è senza frontiere e senza precedenti. Gli inglesi si affrettano a definirla “jamming”, marmellata, e alla corsa agli armamenti si aggiunge la corsa agli investimenti in grossi centri di trasmissione col duplice obiettivo di contrastare le trasmissioni del nemico e raggiungere i simpatizzanti e alleati nel territorio al di qua o al di là della cortina di ferro.

A Berlino, le autorità americane rispondono con la “Rundfunk im amerikanischen Sektor” (Radio in the American Sector o RIAS) il cui ascolto, ovviamente, viene scoraggiato e boicottato nella parte est della città.

E’ domenica 13 agosto 1961, ore 1:11. La radio di Berlino Est interrompe la trasmissione “Melodien zur Nacht” per una comunicazione urgente e straordinaria annunciando che “i governi degli stati del Patto di Versavia si rivolgono al Parlamento e al governo della DDR”. Il giorno prima l’Urss aveva negato il diritto di accesso degli occidentali a quella parte di Berlino sotto l’influenza sovietica. Le strade sono sbarrate e le metropolitane hanno soppresso le fermate che conducono a Berlino Ovest.

Qualcosa di strano sta succedendo. La decisione è presa: gli abitanti della Germania comunista possono recarsi nel settore occidentale solo con un permesso speciale.

Con i favori della notte si chiudono le arcate del ponte che collega le zone sotto influenza occidentale da quelle con influenza orientale. Mattoni e cemento realizzano una prima bozza del famigerato “muro”.

La porta di Brandeburgo diventa la porta di “confine” fra due mondi non si parleranno per quasi mezzo secolo: Berlino Est e Berlino Ovest.

L’Ansa segue, come in un bollettino di guerra, gli avvenimenti.

Alle 03:20 emette un primo comunicato: “Berlino – Il confine fra Berlino est e Berlino ovest è stato chiuso questa notte”.

Ore 03.28: “Autocarri carichi di truppe della RDT (la DDR) sono stati visti prendere posizione lungo la linea di confine presso la Porta di Brandenburgo. Il consiglio dei ministri ha deciso di attuare nel settore occidentale di Berlino i controlli abituali alle frontiere di uno stato sovrano. I cittadini della Germania orientale potranno entrare a Berlino ovest solo se in possesso di uno speciale certificato”.

Col passare delle ore appare chiaro che il muro circonderà Berlino Ovest e trasformerà i settori occidentali in un’isola all’interno dei territori orientali.

La propaganda via radio è particolarmente retorica. Karl-Eduard von Schnitzler, il commentatore capo di Ulbricht dichiarerà: “La botola Berlino Ovest è stata sprangata” o ancora ” La punta della lancia diretta al cuore della DDR è stata piegata.

Negli anni della Perestroika e del dialogo il muro sembra non vacillare tanto che il 19 gennaio 1989 Erick Honecker, segretario generale della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands o Partito Socialista Unificato Tedesco), si affretterà ancora a precisare: “Tra 50 e anche tra 100 anni il muro ci sarà ancora, finché non saranno eliminati i motivi che giustificano la sua presenza”.

E invece la storia ed un clamoroso equivoco mediatico lo smentirà clamorosamente. Il nuovo governo di Krenz, succeduto ad Erick Honecker, decide di concedere ai cittadini dell’Est permessi meno restrittivi per viaggiare nella Germania dell’Ovest. Una notizia importante che merita clamori e fanfare di partito.

Viene affidato pertanto a Gunter Schabowski, il ministro della Propaganda della DDR, portavoce della Sed, il compito di darne la notizia. Di ritorno dalla sua vacanza e ignaro dei dettagli decisi, il 9 novembre 1989 si presenta alla conferenza stampa convocata alle ore 18.

In relativa fretta gli viene recapitata la notizia da dare: tutti i berlinesi dell’Est possono attraversare il confine con un appropriato permesso.

Poiché il provvedimento è stato preso poche ore prima della conferenza, lo stesso sarebbe dovuto entrare in vigore nei giorni successivi, dando così il tempo di dare la notizia alle guardie di confine.

Alle 18:53 il corrispondente Ansa da Berlino Est, Richard Ehrman, chiede da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore. Schabowski cerca inutilmente una risposta nel foglio che ha di fronte ma la velina del Politburo non chiarisce nulla.

La sua risposta è tanto imbarazzata quanto clamorosa: “ab sofort”, dice, gonfiando i guancioni e stringendosi nelle spalle dell’abito grigio del partito. “Per quanto ne so immediatamente”.

La voce di Günter Schabowski, in diretta sul canale tv DDR1 ed in diretta radiofonica, ha l’effetto di un gol ai mondiali all’ultimo minuto di gioco. La gente si riversa nelle strade urlando e festeggiando e le guardie di frontiera, a corto di informazioni, sono travolte da un’onda che da est e da ovest preme verso il muro. Le drammatiche consultazioni telefoniche dei membri del Politburo sono intente a decidere il da farsi: repressione o libertà? Ma la situazione è ormai ampiamente ingestibile. Si vota per la seconda. E’ la fine di un’epoca.

Kosovo e le radio della speranza

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2008 – Language: Italian

La Voce d'Italia

La voce del militare della KFOR (Forza militare di pace in Kosovo) è categorica: “cambiare la targa appena si entra in Kosovo”. I soldati potrebbero non rispondere di ciò che dovesse accadere. In alcune zone meglio circolare senza targa, l’indecisione potrebbe salvare qualche vita.

Anno Domini: 1999. Il Kosovo è in fiamme. L’orrore che si respira e si vive è difficile da descrivere. E’ passato solo un anno da quando Milosevic ha tolto l’autonomia stabilita da Tito alla regione e la lingua albanese è vietata da un anno.
E ancora orrore, sterminio di massa, pulizia etnica, morti sgozzati per strada, donne violentate, esecuzioni sommarie, fosse comuni.
Questo è lo scenario che le truppe italiane trovano il 12 giugno 1999 mettendo piede nell’area dell’ex repubblica di Jugoslavia, dopo che la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU ha autorizzato l’intervento della forza multinazionale nell’area.
L’etere tace. I mezzi di comunicazione sono annientati, come l’identità e la speranza di due popolazioni fino a qualche tempo prima cordialmente e pacificamente conviventi.

Pec era un tempo una città termale dove la nomenklatura serba andava in vacanza. All’arrivo del primo contingente appare una città deserta, piena solo di cani randagi.
E’ in questo scenario che si svolge il piccolo miracolo italiano, quella voce di speranza che dai 97 Mhz arriva in tutte le case del territorio.
Al generale Del Vecchio è stato dato poco tempo per reperire un ripetitore e le apparecchiature ma il 12 agosto 1999 Radio West (http://www.esercito.difesa.it/root/chisiamo/radio_west.asp) è già on air.
C’è l’impegno della RAI nella fornitura del supporto tecnologico e nella realizzazione dello studio radiofonico, poi arriva RTL 102.5 che permette l’ampliamento del segnale e l’installazione di un potente ripetitore.
Il Tenente Colonnello Scalas diviene l’anima di Radio West a Pec, come in passato lo era stato di Radio Ibis a Mogadiscio.
Di pari passo col lavoro operativo va avanti quello mediatico: la radio viene dotata di un vero e proprio palinsesto ed iniziano le prime trasmissioni in portoghese e spagnolo per i contingenti portoghese e argentino inglobati nella brigata italiana. Informazioni e giornali radio nelle tre lingue si aggiungono a canzoni ed intrattenimento. Ma l’etere libero e la necessità di comunicare ed informare la popolazione locale in breve tempo diviene una necessità e dà un nuovo impulso al progetto Radio West.
Si aggiungono così programmi in serbo ed albanese e le informazioni su viabilità e meteo fornite dall’Aeronautica militare italiana di stanza a Giakova.
Sotto la direzione di Arcangelo Moro, Radio West diventata un punto di riferimento per la popolazione locale, grazie ai telegiornali trasmessi nelle rispettive lingue, rubriche per bambini o d’apprendimento come “Imparo Italiano” una sorta di didattica via etere per far conoscere la lingua italiana. Si parla della pericolosità delle mine (indirizzati in particolare ai bambini), della restituzione delle armi e munizioni da parte dell’UCK (l’esercito di liberazione del Kosovo), della prevenzione degli incendi, dell’esplosione degli ordigni, della ricerca di personale scomparso.
La Telecom mette a disposizione dallo Stato Maggiore dell’Esercito un numero verde al quale telefonare sia dal Kosovo che dall’Italia, un modo per far sentire a casa anche il contingente italiano.

Ma la storia di Radio West non è l’unica in Kosovo. Nella piccola cittadina di Gorazdevac, infatti, nel 2000 nasce una nuova emittente retta da volontari: Darko Dimitjevic che con altri amici poco più che ventenni porta avanti l’emittente con l’aiuto di un computer, raccogliendo informazioni dai giornali e dai siti web o mediante interviste chiedendo passaggi ai militari dell’ONU. La Radio è soprattutto un luogo di incontro per i ragazzi che si vedono il venerdì sera prima di andare al pub, durante la settimana per raccontare la vita di tutti i giorni o per sentire in anteprima le notizie dal Kosovo. Di solito per le dediche chiamano ascoltatori appartenenti a tutte le etnie, principalmente serbi ma anche bosniaci e qualche albanese.
Senza scorta militare sarebbe impossibile attraversare le enclave serbe e la radio è praticamente l’unica via di collegamento tra le zone ancora abitate dai serbi, tanto che con altre cinque radio costituisce un radiogiornale quotidiano, Dnevnik.

La radio è una voce che echeggia in una città ormai deserta: 800 persone, tutti contadini, le altre sono tutte fuggite o vivono ora nei campi profughi in Serbia.
I serbi ascoltano Radio Gorazdevac sui 102.5 Mhz tranne quando manca la corrente. Dal 1999, l’anno dei bombardamenti NATO, infatti la corrente è alternata da frequenti black out che spengono anche la radio non dotata di un generatore.
Ma è il male minore perché niente corrente significa anche niente riscaldamenti, niente fornelli e niente acqua calda. Dalle radio a pile, allora, torna a farsi sentire Radio West con i suoi speaker improvvisati dai dialetti più disparati, i loro saluti, la loro professionalità appresa on air.
Nel 2003 la sua storia è diventata un film.

Poco invece si conosce della stessa passione e dello stesso sforzo che spinge il personale di radio Goraždevac ad andare avanti, con mezzi di fortuna, nel portare parole di pace e rassicurazione via etere. Un angolo di convivenza in uno scenario mediatico governato dall’odio e dalla disinformazione che genera violenza.
Nell’enclave di Goraždevac vivono circa 600 persone senza servizi sanitari e senza lavoro. Radio Goraždevac è ascoltabile tutt’oggi in alcune aree del Kosovo sui 102.5 Mhz, quando c’è corrente.