Webinar | Big data e le trappole dei dati

Conosci la storia della rana bollita? La rana che non si accorge che l’acqua aumenta di temperatura fino a restare bollita. Si sarebbe potuta salvare se solo avesse letto il termometro dell’acqua vedendo che il calore dell’acqua saliva?

I dati possono diventare i tuoi migliori amici, basta imparare a leggerli per evitare di prendere cantonate. In questo webinar parliamo di dati quantitativi e qualitativi, scoprendo come possono aiutarti a gestire i rischi di decisioni sbagliate che riguardano il tuo team.

Relatore: Marcello Peluso. Facilitatore: Susanna Gonnella.

Scopri di più su: Tintarella di Leader.

Gestire il rischio con un uso consapevole dei dati

Marcello Peluso, esperto di trasformazione digitale e data analyst del team di MyNoiLab, propone il podcast sulla gestione dei rischi attraverso l’uso dei dati. Il podcast fa parte della serie Tintarella di Leader.

Non ci crederai ma, anche se la matematica non è mai stata il tuo punto forte, i numeri sono attorno a te: tutti i giorni ti sommergono, ti invadono, ti deridono. Ma come diceva un vecchio adagio, se non puoi battere il tuo nemico, fattelo amico. Allora, perché non far diventare i dati i tuoi migliori alleati? Tranquilli, nessuna formula matematica. Anzi.

Per farlo giocheremo assieme. In questo podcast ti farò fare un breve percorso che vedrà assumere i panni di rana e di un principe azzurro, anzi di un Presidente del Consiglio.

Ho una bacchetta magica e per iniziare ti trasformo proprio in una rana. Come ti senti in questi nuovi panni e nel tuo nuovo habitat? Tutto sommato bene, no? Hai pochi pensieri, salti, gracidi e mangi. Bene, mi fa piacere.

Ora immagina che in quanto rana sei in un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuoti tranquillamente. Ma il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano e presto diventa un po’ più tiepida. Niente male, tu come rana trovi l’acqua piuttosto gradevole e continui a nuotare.

Pochi minuti e la temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto è per te l’ideale che apprezzavi. Ti stanchi, sbuffi, un po’ ti lamenti, ma non ti spaventi: tutto sommato sai adattarti bene ai cambiamenti, pensi. Ancora qualche giro di lancetta e l’acqua adesso è davvero troppo calda. La trovi molto sgradevole ma sei davvero stufo, non hai più forze per saltare e non riesci a reagire. Ancora puoi sopportare la situazione, in fin dei conti sei forte, e non fai nulla. Ma l’acqua arriva a temperatura di bollitura, ora è davvero bollente! Ecco fatto: senza che te ne sia reso conto sei diventato una rana bollita. Fine dei giochi.

Com’è possibile? Come hai fatto a non accorgerti che la temperatura dell’acqua stesse salendo fino a bollirti? Eppure quando in passato hai messo la zampetta in acqua bollente subito ti sei accorto che qualcosa non andava e sei saltato via.

Quale sarebbe stata la soluzione che ti avrebbe tolto dall’empasse? Semplice quanto efficace: se avessi potuto monitorare i dati della temperatura, ti saresti reso conto che, oltre un certo grado, sarebbe stato pericoloso per la tua salute restare in quella pentola e…avresti cambiato acque!

Come hai visto, nel tuo piccolo mondo fatto di rane, i dati ti avrebbero potuto salvare. Bene, ecco la bacchetta magica, e torniamo nel nostro mondo. L’esempio della rana ci ha fatto capire, in modo semplice, come i rischi possano essere gestiti ed affrontati con un uso consapevole dei dati.

Innanzitutto non disperare, siamo in buona compagnia. Anche il mondo dell’industria, dei professionisti, e la vita quotidiana di tutti noi è fatta di piccole e grandi rane e di acqua che bolle.

Pensa a quella grande rana che è stata Blockbuster, la catena americana di distribuzione di video che negli anni ’90 ha avuto un grande successo mondiale e che poi è bollita nell’acqua di internet. Con l’avvento della rete e di competitor come Netflix, Blockbuster non ha fatto nulla per modificare la sua strategia, forte del successo passato quando internet non c’era o era solo agli esordi, e si è trovata, anno dopo anno, a bollire fino a chiudere i battenti nel 2010, dopo poco più di 20 anni di attività.

Ma quali dati dobbiamo considerare? Non dimentichiamoci che sentiamo parlare spesso di big data, una parola che fa paura e – a volta – anche a ragione. Big data spesso si tramuta in “un sacco di dati”, tanti che alla fine non sappiamo quali usare, quali leggere e quali ci servono.

Un primo consiglio che posso suggerirti e di identificare precisamente l’obiettivo che vuoi perseguire quando ti trovi ad affrontare la lettura dei dati. I dati infatti posso dirti tante cose, anche in modo contrastante tra loro. Quando senti in televisione persone che affermano “lo dicono i dati”, considera sempre che quei dati stanno raccontando qualcosa in base all’obiettivo dell’interlocutore. Letti sotto una diversa prospettiva, selezionati e sminuzzati, i dati possono dire l’esatto contrario.

Quindi leggere i dati senza un obiettivo in mente può essere un puro esercizio statistico, e spesso potresti non trarne un ragno dal buco. Sai quante volte mi è capitato di guardare ricerche di mercato commissionate da aziende che non avevano per niente in mente come rendere azionabili quei dati, per il semplice fatto che erano analisi che raccoglievano dati non calati nel contesto aziendale e quindi inutilizzabili, se non addirittura forvianti.

Se sai che il tuo dipartimento sta performando male ma non entri nel merito delle ragioni di quelle performance, non fai quindi “parlare i dati” raccogliendo informazioni finalizzate al tuo obiettivo (che immagino sia quello di migliorare le performance del tuo dipartimento), contestualizzando i dati qualitativi con quelli quantitativi, ti troverai a prendere decisioni basate solo un freddo numero che ti darà – sì – una indicazione di performance, ma non una chiave di lettura su come potresti risolvere il problema che devi affrontare.

I dati, se li consideri solo come freddi numeri, non ti daranno che freddi risultati. E’ questo il motivo per cui di solito si parla di dati quantitativi e dati qualitativi. Come potrai immaginare già dal nome, i dati quantitativi sono quelli che ti danno un’idea delle quantità di determinati fenomeni: quanti clienti comprano il mio prodotto? Quanti lo usano? Quanti clienti che usano il mio prodotto lo fanno per la ragione A o per la ragione B?

Questi sono alcuni banali domande che ogni giorno ti sarà capitato di farti nella tua attività di consulente, di imprenditore o di manager su un prodotto, su un servizio, su un comportamento. I dati possono dirti molto e li puoi raccogliere in diversi modi: con ricerche di mercato, con statistiche esistenti, con ricerche fatte a tavolino su internet o consultando diverse fonti (sono le cosiddette ricerche desk).  

I dati, dicevamo, dicono molto, ma non tutto. Per questo di solito prima ancora di raccogliere evidenze quantitative si esplorano le dinamiche, i comportamenti, le preferenze e tutto ciò che riguarda le conoscenze etnografiche, mediante la raccolta di dati qualitativi. Capire infatti i fenomeni, prima ancora di contarli, è un passo decisivo.

Non a caso questa fase “qualitativa” viene spesso gestita non da statistici, ma da esperti capaci di leggere le dinamiche relazionali tra le persone e i gruppi di persone e gli insight qualitativi vengono raccolti mediante particolari metodologie, come focus group, interviste singole, mystery shopping ecc.

Per fare un esempio, la mia bacchetta magica ti trasformerà in un manager di una multinazionale. Bene, la tua azienda è una catena di negozi di lusso per cani. Sì hai capito bene, prodotti di lusso per cani e la catena propone un servizio eccellente ai clienti. Ti parlo prodotti per cani in modo da non farti cadere nella tentazione di focalizzarti sul prodotto ma dedicare la tua attenzione al servizio che il tuo team deve rendere ai clienti. Come certo saprai, un cane è per il suo padrone come un figlio: lo coccola, lo accudisce e sceglie il meglio. Per questo il tuo staff si troverà a dover dare un servizio altamente consulenziale ai propri clienti, gestire le domande e curiosità, proporre prodotti in base ai bisogni espressi o da esplorare dei padroni, dare consigli mirati e proporre alternative coerenti.

Essendo il manager di una catena di negozi, non potrai controllare tutto ciò che accade nei punti vendita sempre e in contemporanea, quindi come fare a ridurre il rischio di trovarti a gestire un inaspettato calo delle vendite o insoddisfazione dei clienti? Insomma, come prevenire di trovarti nella situazione della rana bollita?

I numeri in questo caso potrebbero aiutarti poco: hai i dati di vendita, magari in calo, e gli indicatori di soddisfazione dei clienti che cola a picco. Su alcuni punti vendita però non riscontri le stesse problematiche che in altri, quindi non ci sono evidenze di un cambio di gusti del mercato né di un disinteresse per i prodotti. Come fare allora?

Licenzi tutto il perdonale dei punti vendita in difficoltà o cambi il management? Ma è davvero quella la soluzione? E in base a quali dati giungi a questa conclusione?

Certo, chiami a colloquio tutti i dipendenti del punto vendita che performa peggio ed ognuno ti dice che con il management le cose vanno bene. Quindi?

E’ questo il motivo per il quale spesso devi lavorare sulle dinamiche di team, capirne le convinzioni limitanti, le relazioni tra dipendenti. Lavorare sui singoli e sui team è sempre un’ottima soluzione per capirne le dinamiche. Ma come acquisisci elementi oggettivi per capire come indirizzarti? In questo caso il Mystery Shopping, soprattutto se condotto da professionisti allenati a sospendere il giudizio, può essere la chiave per raccogliere informazioni dall’esterno, informazioni che poi esperti di dinamiche relazionali potranno utilizzare per lavorare sui punti delicati delle dinamiche di gruppo.

Hai visto? I numeri possono aiutarti anche in questo caso, se sai utilizzarli al meglio.

Voglio però darti un ultimo suggerimento per affrontare l’interpretazione dei dati quando può essere causa di bias cognitivi, soprattutto se non hai mente qual è l’obiettivo e se non li affronti con la giusta imparzialità. Perché i dati non sempre devono farti felice.

Per farti un esempio numerico di ciò che accade con i numeri e i bias cognitivi, questa volta alziamo l’asticella e ti trasformo in Presidente del Consiglio per un giorno.

Bene signora o signor Premier, iniziamo? Ecco, abbiamo un problema. Nemmeno il tempo di insediarti come Premier e già rogne. Sì, ce n’è una grossa: l’evasione fiscale. Bisogna affrontarlo, anzi, devi affrontarlo. Il Primo Ministro sei tu, mica io?

Ok, lo so, di politica non ne capisci nulla e poi hai già trattato l’argomento in un post sui social dove hai detto che l’evasione fiscale è una vergogna e blabla. Non devi darmi ovviamente una soluzione, per quella abbiamo la bacchetta magica, ma come Primo Ministro dobbiamo capire come intervenire per ridurre i rischi di trovarci con le casse vuote per via dell’evasione fiscale.

Vediamo se i dati possono darci una mano: ecco una pila di giornali, ecco le statistiche, ecco i commenti. Hai pressioni di partiti politici, aspettative degli elettori e poi, sai, ci sono le convinzioni personali.

Allora prendiamo i dati del Ministero dell’Economia e Finanza. Non entreremo in inutili tecnicismi, ma quello che notiamo analizzando i dati è che se consideriamo la propensione all’evasione diciamo dell’IVA, il sud raggiunge il 32% rispetto al Nord est, Nord over e centro.

Ma possiamo dire che la propensione all’evasione quindi sia maggiore al Sud? Sì e no, perché se cumuliamo i dati del Nord Est e del Nord Ovest insieme, considerandoli quindi il Nord come un’unica area geografica, vediamo che raggiunge il 52% della propensione ad evadere l’IVA.

La diatriba nord-sud quindi è un falso problema che non ci dice nulla su come risolvere il problema e ridurre i rischi, perché ciò che fa parlare i numeri è sapere in quali settori si evade e questo – a valle – spiega anche fenomeni geografici: si scoprirà ad esempio che si evade di più al sud per lavoro nero e sommerso, o di più al nord per effetto dell’evasione delle grandi aziende. Questo ci consente già di indirizzare qualche decisione mirata sulle politiche del lavoro o su meccanismi antievasione, riducendo il rischio di prendere cantonate, no?

La Leadership che non va in vacanza con i podcast “Tintarella di leader”

Tintarella di leader è la proposta originale di MyNoiLab per essere al fianco dei ruoli apicali in quest’estate così particolare:  un ciclo di 8 podcast gratuiti della durata di circa 15 minuti ciascuno che, lungo tutto il mese di agosto 2021, fornirà a imprenditori e responsabili aziendali preziosi spunti di riflessione sulle tematiche più cruciali inerenti la Leadership

Questi i temi e le date in programma per il ciclo “Tintarella di leader”,  sviluppato col supporto di 8 diversi professionisti (coach, trainer, formatori, consulenti) del Team di MyNoiLab:

  • L’illusione del controllo (dal 3 agosto) – A cura di Michela Bonafede (psicoterapeuta, coach e ricercatrice esperta di dinamiche del lavoro)
  • Il performance management (dal 6 agosto) – A cura di Gennaro Guida (Sales & Management consulting, direttore commerciale MyNoiLab)
  • Ricostruire il Team (dal 10 agosto) – A cura di Massimo Fancellu (Professional SUN Coach, facilitatore delle dinamiche di Team)
  • Il feedback evolutivo (dal 12 agosto) – A cura di Jerry Spoto (Esperto in formazione manageriale assistita dai cavalli, Trainer MyNoiLab SUN Coaching School)
  • Intelligenza relazionale e gestione dei conflitti (dal 17 agosto) – A cura di Barbara Chirizzi (Consulente organizzativo, formatrice, Executive Coach Team MyNoiLab)
  • La Mindfulness per una leadership consapevole (dal 19 agosto) – A cura di Rosella Egione (Corporate & Mindfulness Coach PCC)
  • Gestire il rischio con un uso consapevole dei dati (dal 24 agosto) – A cura di Marcello Peluso (Esperto in trasformazione digitale, Data Analyst Team MyNoiLab)
  • Il mindset imprenditoriale post Covid (dal 27 agosto)  – A cura di Susanna Gonnella (Imprenditrice, Fondatrice MyNoiLab)

Scopri di più su Tintarella di Leader.

Scusi, in che Millennial siamo?

Article published by Fanpage.it – Year: 2019 – Language: Italian

In tempi in cui la politica fa spettacolo a suon di felpe, gattini e creme al cioccolato, “l’ho letto su Facebook” è la frase più usata da quelli di una certa età.  Come se Facebook fosse di per sé fonte primaria di informazione, senza la verifica che la notizia appena letta sia frutto di dichiarazioni reali, fake news o Lercio (il sito satirico di notizie grottesche dichiaratamente inventate).

Neanche il tempo di fare una lunga premessa (ripetiamo insieme: “premesso che la mia posizione è apolitica”, oppure “indipendentemente da quale siano le vostre opinioni” e bla bla bla per cercare di non pestare troppe uova nel paniere) che buonisti e cattivisti si sono già schierati nei commenti a colpi di “fascista” e “comunista”, che nel migliore dei casi ti danno del Saviano o, peggio, ti danno del PD.

Forse è da questo che dovremmo capire che l’Italia è un pese invecchiato male, sa di tappo prima ancora di stappare la bottiglia, o forse perché non ascolta più i giovani o non sa più dove siano andati a finire. E se, in tempi così incerti, c’è chi preferisce tornare alle certezze del passato (la terra piatta, la donna in cucina, ecc.) una domanda mi nasce spontanea: mi scusi, ma in che Millennial siamo?

Ascoltiamo i giovani, questi sconosciuti e indecifrabili. Ma poi di quali giovani parliamo? Se si sentono giovani anche quelli della generazione X, cosa dovrebbero pensare quelli delle generazioni Y e Z? (Se vuoi saperne di più sulla tua generazione guarda questo video di Youtube: clicca qui).

Sì, esatto, i giovani. I “fannulloni”, “mammoni”, “bamboccioni”, “choosy”, come sono stati definiti, con colori diversi, da esponenti politici di diverso colore. E se proprio non hai termini per definirli, chiamali pure Millennials. Sì, esatto, i giovani. Proprio quelli che su Facebook non ci sono e, magari, non ci sono mai stati. Al massimo li trovi su Instagram, ma per capirli meglio dovresti fare un giro su Snapchat o Tik Tok. Sì, esatto, i giovani, quelli che il venerdì bigiano la scuola per manifestare a favore dell’ambiente. Li critichiamo perché non ricordiamo più che, ai tempi, bigiavamo la scuola per molto meno. Non li capisci i giovani e non li capisco nemmeno io. Questo, da che mondo è mondo, è il primo sintomo di vecchiaia.

Federico Capeci in Post-Millennials Marketing (Franco Angeli Editore), ci dà alcuni parametri interpretativi per capire meglio i Millennials, nell’attesa che cresca la nuova generazione, quella dei Centennials: “Da un certo momento in poi, tutto è cambiato. I giovani non si capiscono più, i mezzi di comunicazione hanno un ROI (Ritorno d’Investimento) sempre più ridotto, la creatività non attira l’attenzione, i negozi si svuotano a favore di un’APP o di un sito”. Perché?

È una domanda che l’industria, il mondo della pubblicità e quello del marketing hanno già iniziato a porsi. Per noi che veniamo dagli anni in cui la pubblicità ha ucciso l’Uomo Ragno forse è il momento di iniziare a farci le stesse domande. E se socialità, trasparenza, immediatezza, libertà ed esperienza (S.T.I.L.E.) sono i valori base delle nuove generazioni, siamo sicuri che quando giudichiamo, critichiamo, interpretiamo o semplicemente osserviamo il mondo che ci circonda lo facciamo con la stessa lente d’ingrandimento dei Millennials?

Il tuo dispositivo è stato hackerato. Ma quale?

Rieccolo, il mio amico “pescatore” mi riscrive “Il tuo dispositivo è stato hackerato”.

Il phishing è un tipo di truffa che il mio amico phisher (suona come fisherman in inglese, “pescatore”) cerca di perpetuare cercando di farsi pagare puntando sul senso di colpa che scaturisce nell’essere “beccato” su siti poco raccomandabili (probabilmente, ma non lo dice, siti prono).

Ma quale dispositivo ha hackerato? E come faccio a pagarlo? Vorrei saperlo e gli rispondo.

Impariamo a sopravvivere alle email di SPAM.

“Ciao!” | Ehi eccoti di nuovo. Ciao come stai?

“Ho hackerato il tuo dispositivo” | Hai fatto bene, quando ti annoi vieni a trovarmi più spesso.

“perché ti ho inviato questo messaggio dal tuo account.” | E avresti potuto inviarmi un’email, perché tanto sbattimento?

“Se hai già cambiato la tua password, il mio malware lo intercetterà ogni volta.” | Non penso ci sia bisogno, non cambio password dal 1998.

“Potresti non conoscermi e probabilmente ti starai chiedendo perché stai ricevendo questa email, giusto?” | Ma come? Non ti ho riconosciuto? Un amico di penna di tante avventure come te.

“In effetti, ho pubblicato un malware su siti per adulti e so che hai visitato questi siti per divertimento (sai cosa intendo).” | E sì, ne avevamo parlato anche nell’email precedente, non ricordi?

“Mentre guardavi video clip il mio trojan ha iniziato a funzionare” | Però te l’ho spiegato anche l’altra volta, non mi mandare “il trojan” ma “la trojan” altrimenti non so che farmene!

“come RDP (desktop remoto)” | Ehm… sì, il GDPR l’ho firmato, se non sbaglio… nel caso inviamelo di nuovo, và!

“con un keylogger che mi ha dato accesso al tuo schermo oltre che a una webcam.” | I kelloggs sullo schermo? Io ne avrei fatto un miglior uso.

“Subito dopo, il mio programma ha raccolto tutti i tuoi contatti da messenger, social network e anche via e-mail. Quello che ho fatto?” | Con tutti quei contatti ti sarai creato un account come influencer mi auguro.

“Ho fatto un video a doppio schermo.” | Hai fatto bene, vanno molto i video degli influencers.

“La prima parte mostra il video che hai guardato (hai buon gusto, sì … ma strano per me e altre persone normali), e la seconda parte mostra la registrazione della tua webcam.” | Ah quindi anch’io posso fare l’influencer ora?

“Cosa dovresti fare?” | L’influencer… no?

“Bene, penso che 249€ siano un prezzo equo per il nostro piccolo segreto.” | Sì dai, il commercialista prende di più. Per iniziare la mia nuova vita da influencer è un prezzo ragionevole.

“Effettuerai un pagamento in contanti bitcoin cash (BCH) (se non lo sai, cerca “come acquistare denaro in bitcoin cash” su Google).” | Ok, ok in contanti… è per via della fattura, vero? Occhio che ti beccano però se continui ad evadere l’IVA.

“Indirizzo BCH: qqkwx0sqjs9usjud68vkwgdtpzgp9fkf2s62n2n8lz
(Questo è CASE sensitive, per favore copialo e incollalo)” | Ah te li devo spedire? Ok metto tutto in busta… indirizzo Casa Sensitive… è il nome del condominio? via qqkwx0sqjs9usjud68vkwgdtpzgp9fkf2s62n2n8lz … che nome difficile, il postino lo capirà?

“Osservazioni: Hai 2 giorni (48 ore) per pagare. (Ho un codice speciale e al momento so che hai letto questa email).” | Perfetto dammi il codice che lo inserisco sulla busta. Però oggi è sabato, prima di lunedì non riuscirò ad inviarlo, le Poste sono chiuse.

“Se vuoi ottenere delle prove, rispondi “Sì!” e invia di nuovo questa lettera a te stesso.” | E non ho capito, devo inviare una lettera anche a me? Non basta la ricevuta di ritorno?

E manderò definitivamente il tuo video ai tuoi 11 contatti. | Ci deve essere un errore, non ho solo 11 contatti. Se vuoi ti passo gli altri, con 11 contatti devi faticare molto per diventare un influencer.

Questa è un’offerta non negoziabile, quindi per favore non sprecare il tempo personale. | Hai ragione corro in posta altrimenti chiude!

Stai attento la prossima volta! Addio! | Riguardati anche tu, bacioni.

Il tuo account è stato hackerato. Sopravvivere alle email di ricatto

Gira da qualche tempo in rete un tentativo di estorsione via posta elettronica da parte di sedicenti pirati informatici, che chiedono il pagamento di un “riscatto” in criptovaluta. La polizia postale avverte: “E’ un’invenzione dell’autore del reato, elaborata al solo scopo di gettarci nel panico ed indurci a pagare la somma illecita”. E’ arrivata anche a me… e ho voluto rispondere.

Impariamo a sopravvivere alle email di SPAM.

“Salve!” | Ciao

“Come avrai già indovinato, il tuo account e stato hackerato, perché e da li che ho inviato questo messaggio. :(” | In verità non l’avevo indovinato… ma poi quale account?

“Io rappresento un gruppo internazionale famoso di hacker.” | E vabbè se sei famoso dimmi il nome, almeno ti faccio pubblicità.

“Nel periodo dal 22.07.2018 al 14.09.2018, su uno dei siti per adulti che hai visitato, hai preso un virus che avevamo creato noi.” | Quale? Youporn or Liberoquotidiano.it?

“In questo momento noi abbiamo accesso a tutta la tua corrispondenza, reti sociali, messenger.” | Sai che palle? Non riesco a starci dietro io figurati tu…

“Anzi, abbiamo i dump completi di questo tipo di informazioni.” | Il cheee?

“Siamo al corrente di tutti i tuoi piccoli e grossi segreti, si si… Sembra che tu abbia tutta una vita segreta.” | Non riesco a gestire una vita normale figurati due, di cui una segreta. Vabbè ma che hai scoperto?

“Abbiamo visto e registrato come ti sei divertito visitando siti per adulti… Dio mio, che gusti, che passioni tu hai… 🙂 ” | Modestamente, ma posso fare di meglio!

“Ma la cosa ancora piu interessante e che periodicamente ti abbiamo registrato con la web cam del tuo dispositivo, sincronizzando la registrazione con quello che stavi guardando!” | E me lo dicevi, ti mandavo io i video con una luce migliore che metteva in risalto certe parti… capisce ‘a mme 😉

“Non credo che tu voglia che tutti i tuoi segreti vedano i tuoi amici, la tua famiglia e soprattutto la tua persona piu vicina.” | …Ehm non sono i segreti a vedere gli amici, ma gli amici a vedere i segreti…. la consecutio temporum Google Translate non la gestisce ancora bene.

“Trasferischi 300$ sul nostro portafoglio di criptovaluta” | Va bene, dai, 300$ si può fare…

“Bitcoin.1DvtPpWyTurqCD7h5WhxJdF6kRvwxTX6KP” | Ehhh? E come si fa? Mi vuoi mandare qualche informazione in più? Che so un link?

“Garantisco che subito dopo provvederemo a eliminare tutti i tuoi segreti!” | Se garantisci allora mi fido. Poi hai detto che sei famoso…

“Dal momento in cui hai letto questo messaggio partira un timer. Avrai 48 ore per trasferire la somma indicata sopra. Appena l’importo viene versato sul nostro conto tutti i tuoi dati saranno eliminati! Se invece il pagamento non arriva, tutta la tua corrispondenza e i video che abbiamo registrato automaticamente saranno inviati a tutti i contatti che erano presenti sul tuo dispositivo nel momento di contagio!” | Ma i miei contatti hanno già i miei video, quelli con la luce migliore, ecc… anzi se mi paghi 300$ li mando anche a te. E’ un affare!

“Mi dispiace, ma bisogna pensare alla propria sicurezza! Speriamo che questa storia ti insegni a nascondere i tuoi segreti in una maniera adeguata! Stammi bene!” | Stammi bene pure tu. E concordo: speriamo che questa storia insegni a tutti i miei contatti che credono e sharano qualsiasi bufala gli passi sotto il naso, che basta accendere il cervello e non solo il cellulare

Is your Coffee Business in the Marketing 4.0 Era?

Article published by CoffeeBI – Year: 2018 – Language: English

To be or not to be digital, that is the question. After surviving the long 4Ps period (Product, Price, Place, Promotion) and arriving in the internet era that boosted us into the 4Cs period (Customer/Consumer value, Cost, Convenience, and Communication), it’s time to combine online and offline interactions between companies and customers.

If you bought some Facebook advertising for your coffee shop and you are now disappointed, or you spent a fortune to be at the top of the first Google page but your business is going wrong, the bad news is that digital is not enough.

I know, for years we have been invited to become ever more digital because,“this is the digital economy, baby”, but this digital interaction alone is not sufficient.

Some analysts suggest that in an increasingly online world, offline touch represents a strong differentiation. That’s right, but it’s probably not the real issue.

Let’s try to reformulate that sentence: In a world increasingly made of products that are commodities, service is a strong differentiation.
Some questions to ask ourselves may be: do my customers really perceive the difference between my products and my competitors’ ones? And what about my activity and that of my competitors?

“Quality” is absolutely the right answer, but this factor impacts between 10% to 30% of your product value in a commodity world, the rest is made from service.

Back to basics. In 1.0 marketing, marketers were (or are!) concerned about the selling of their products; in 2.0 marketing, the priority is “customer need”; in 3.0 marketing more value was placed on triggering the human spirit.

Nowadays, the economy of “sharing”, the “now economy”, omnichannel integration, relationship marketing, and social CRM are pushing us to a convergence between digital and traditional marketing.

The more we become social, the more customers want something that has been created specifically for them.

In this transition era a new marketing approach is required, which must adapt to the different paths taken by consumers in the digital economy, customers should also be accompanied at every stage of their journey.

Philip Kotler, father of marketing, points out how important it is to think of the customer journey with a new 5As approach: Aware, Appeal, Ask, Act, and Advocate.

  • Aware: Where have your clients been exposed to your brand name? And where or whom have they heard from?
  • Appeal: Where have your clients seen or heard about your products? This step is important to develop a short-term memory for your clients.
  • Ask: What are the touch points (online and offline) you set for people questions?
    Act: This doesn’t mean just purchase. It means, above all, customer experience.
  • And experience means service, service, service. Here you can find 70-90% of your value (remember? 10%-30% is made of quality of products).
  • Advocate is retention, repeat visits, and making customers love your products and services. What is a good strategy to build more brand ambassadors?
The Power of Now Economy in the HoReCa World

Article published by CoffeeBI – Year: 2018 – Language: English

Think about how we order meals, find a hotel, suggest a restaurant to friends, even how we take a coffee in some coffee shops, where we can skip the queue with a smartphone app. Our everyday consumer world has been disrupted beyond recognition.

Again, look at consumers’ behaviour over the last few years and how they have embraced immediate communication and instant service faster than many forecasters expected.

Amazon has just launched two new services for a generation of impatient digital natives, who crave instant gratification and immediate satisfaction. And are you carrying out a customer satisfaction survey on your clients the day after (in the best case) they had their experience with your product or into your shop? Yesterday may as well be one year ago.

Ten minutes after living their experience, your customers are already on TripAdvisor to write their feedback, or on Facebook to post about their experience.

So, welcome to the so-called NOW ECONOMY. For better or worse, we have to face this new lifestyle of carrying out instant interactions and highly individualised customer experiences.

These experiences are increasingly context-driven across all devices, tools, and applications, that are revolutionizing the way people consume, communicate, collaborate, and engage in both their personal and professional lives.

It’s estimated that one bad review overrides at least 30 good ones in any one of the popular review websites. People grade their experience in real time, and in a different way. How can you catch and keep your customers if you don’t have the time, tools, and budget to fight against the influence of the net?

It’s important to intercept clients’ feedback in the first 30 minutes after their experience, take an action either when they are satisfied (a reward program?) or unsatisfied (a recovery program?), and do re-marketing campaigns to consolidate their positive opinion, or give them a second chance to change their mind, if they had a bad experience with you.

Today you can make yourself a part of the now economy in a simple way. Technology is important but it’s not enough. You need technology and professionals, a new mindset without any big budget.

Three Limits of Your Paper Loyalty Card

Article published by CoffeeBI – Year: 2017 – Language: English

Loyalty programs are a must and a well-established practice in the everyday commerce of shops and nowadays most coffee shops and restaurants propose a simple strategy based on 10 stamps for 1 free product.

Nothing more effective than that, isn’t it? But in a so crown world, are you sure this strategy is still valid? Let’s consider 3 troubling points that could fail your strategy:

1. A paper loyalty card doesn’t remind your customer that you exist

In my wallet, I have about 5 cards (2 supermarkets, 1 petrol station, 1 electronic chain, and 1 coffee shop). I always forget to take out 3 out of these 5 cards and I never remember which coffee shop’s card in my neighbourhood is in my wallet and eventually I don’t remember to show it up when I’m shopping.

I’m a marketing man and probably I’m more attentive than a regular client. So what about your clients? I doubt that a paper card will have a different destination other than just going in the washing machine with your paints.

You should have something that reminds your clients that your card and you still exist, not only when they shop but also (or above all) when they have not been shopping with you for a while. The good news is that technology can help you.

2. You paper loyalty card doesn’t engage your customers

Don’t think that your clients are not sleeping at night because they just need one more stamp to complete their cards.

Engagement is communication and involvement, taking and receiving, doing a question and giving an answer. Of course, a paper card cannot do it, even if it’s well coloured and the point system has a nice design.

The problem is that you should find a way to engage your clients in a different way but time is always limited in your 24h day and your loyalty card is… just a paper card. So what? The good news is that technology can help you.

3. Your paper loyalty card is not social

Communicating is a time-consuming activity and sometimes it’s very expensive. Even if you print flyers and spam your neighbours or use Facebook and try to catch followers, it’s very hard (if not impossible) for you to have coherent communication with your customer’s behaviour.

You should be clustering, analysing and, finally, communicating with your clients. This activity is easy for a big company with a huge budget, but how can small and medium enterprises do it?

Sometimes they lack knowledge and sometimes they lack a dedicated department for it? Eventually, you end up buying massive advertisements on Facebook. But is it the best strategy? The good news is that technology can help you.