La caduta del muro di Berlino, un equivoco mediatico

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2007 – Language: Italian

La DDR, il muro di Berlino, la Germania divisa. 18 anni fa l’inizio della fine per un clamoroso equivoco mediatico.

La Voce d'ItaliaWinfried Freudenberg è un nome che ai più non dirà proprio nulla. Eppure rappresenta l’ultima grande beffa di quel che rimane del muro di Berlino. Winfried, infatti, fu l’ultima vittima, ucciso dalle guardie di frontiera nel marzo del 1989. Solo qualche mese più tardi quel muro, la DDR e l’intero sistema di blocchi, la guerra fredda ed una visione bipolare del mondo non esisteranno più.

Tutto ha inizio alla fine della seconda guerra mondiale. La Germania non è più una nazione unita ed anche l’informazione si divide rispecchiando i blocchi di influenza che dividono l’Europa.

Nella Repubblica Federale Tedesca (RFT) nascono NWDR–Nordwestdeutscher Rundfunk (Northwest German Broadcasting – NWDR) di Amburgo, riaperta dalle forze di occupazione inglese per dare comunicati entro la British Zone, BR–Bayerischer Rundfunk in Baviera e SDR-Süddeutscher Rundfunk mentre nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT o DDR) accanto alla Berliner Rundfunk, riattivata dalle Autorità militari sovietiche nel 1945, sorgono, nei 5 Länder, altrettante stazioni radiofoniche, poi soppresse nel 1952 perché “la radiofonia circolare” fosse ricostituita secondo il modello sovietico” (la cosiddetta Deutschlandsender, Radio Berlino) .

Deutschlandsender mantiene il nome pre-bellico e trasmette programmi dalla neonata Repubblica Democratica Tedesca con l’intento di raggiungere gli ascoltatori della Repubblica Federale. La Radio inizia a trasmettere su onde corte e su onde lunghe alla frequenza 185 kHz per poi passare in FM col nome di Radio Berlino.

Se ad oriente le radio si allineano alla “Russificazione” dei paesi del patto di Varsavia assoggettandosi alla propaganda comunista, in occidente alle radio nazionali si affiancano le nuove super-stations americane che sbarcano nel vecchio continente per portare un’informazione alternativa ai paesi che si trovano nell’emisfero sotto controllo Russo.

I venti di guerra che arrivano da est, infatti, fanno presagire una nuova guerra dell’etere e gli Stati Uniti iniziano una strategia mediatica che durerà fino ai giorni nostri. Forti dell’esperienza “mediatica” della seconda guerra mondiale, le radio americane (Radio Free Europe in testa) si propongono di spezzare la propaganda sovietica e la chiusura mediatica di regime con programmi di controinformazione.

Ma le trasmissioni oltre cortina non sono unilaterali. La guerra fredda diviene guerra dell’informazione e nel 1950 nella DDR nasce l’Ard, consorzio di lavoro federale che raggruppa gli enti radiofonici di diritto pubblico delle regioni tedesche, dando il via ai programmi per stranieri, i cosiddetti “Ausländerprogramme”.

La guerra dell’etere è senza frontiere e senza precedenti. Gli inglesi si affrettano a definirla “jamming”, marmellata, e alla corsa agli armamenti si aggiunge la corsa agli investimenti in grossi centri di trasmissione col duplice obiettivo di contrastare le trasmissioni del nemico e raggiungere i simpatizzanti e alleati nel territorio al di qua o al di là della cortina di ferro.

A Berlino, le autorità americane rispondono con la “Rundfunk im amerikanischen Sektor” (Radio in the American Sector o RIAS) il cui ascolto, ovviamente, viene scoraggiato e boicottato nella parte est della città.

E’ domenica 13 agosto 1961, ore 1:11. La radio di Berlino Est interrompe la trasmissione “Melodien zur Nacht” per una comunicazione urgente e straordinaria annunciando che “i governi degli stati del Patto di Versavia si rivolgono al Parlamento e al governo della DDR”. Il giorno prima l’Urss aveva negato il diritto di accesso degli occidentali a quella parte di Berlino sotto l’influenza sovietica. Le strade sono sbarrate e le metropolitane hanno soppresso le fermate che conducono a Berlino Ovest.

Qualcosa di strano sta succedendo. La decisione è presa: gli abitanti della Germania comunista possono recarsi nel settore occidentale solo con un permesso speciale.

Con i favori della notte si chiudono le arcate del ponte che collega le zone sotto influenza occidentale da quelle con influenza orientale. Mattoni e cemento realizzano una prima bozza del famigerato “muro”.

La porta di Brandeburgo diventa la porta di “confine” fra due mondi non si parleranno per quasi mezzo secolo: Berlino Est e Berlino Ovest.

L’Ansa segue, come in un bollettino di guerra, gli avvenimenti.

Alle 03:20 emette un primo comunicato: “Berlino – Il confine fra Berlino est e Berlino ovest è stato chiuso questa notte”.

Ore 03.28: “Autocarri carichi di truppe della RDT (la DDR) sono stati visti prendere posizione lungo la linea di confine presso la Porta di Brandenburgo. Il consiglio dei ministri ha deciso di attuare nel settore occidentale di Berlino i controlli abituali alle frontiere di uno stato sovrano. I cittadini della Germania orientale potranno entrare a Berlino ovest solo se in possesso di uno speciale certificato”.

Col passare delle ore appare chiaro che il muro circonderà Berlino Ovest e trasformerà i settori occidentali in un’isola all’interno dei territori orientali.

La propaganda via radio è particolarmente retorica. Karl-Eduard von Schnitzler, il commentatore capo di Ulbricht dichiarerà: “La botola Berlino Ovest è stata sprangata” o ancora ” La punta della lancia diretta al cuore della DDR è stata piegata.

Negli anni della Perestroika e del dialogo il muro sembra non vacillare tanto che il 19 gennaio 1989 Erick Honecker, segretario generale della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands o Partito Socialista Unificato Tedesco), si affretterà ancora a precisare: “Tra 50 e anche tra 100 anni il muro ci sarà ancora, finché non saranno eliminati i motivi che giustificano la sua presenza”.

E invece la storia ed un clamoroso equivoco mediatico lo smentirà clamorosamente. Il nuovo governo di Krenz, succeduto ad Erick Honecker, decide di concedere ai cittadini dell’Est permessi meno restrittivi per viaggiare nella Germania dell’Ovest. Una notizia importante che merita clamori e fanfare di partito.

Viene affidato pertanto a Gunter Schabowski, il ministro della Propaganda della DDR, portavoce della Sed, il compito di darne la notizia. Di ritorno dalla sua vacanza e ignaro dei dettagli decisi, il 9 novembre 1989 si presenta alla conferenza stampa convocata alle ore 18.

In relativa fretta gli viene recapitata la notizia da dare: tutti i berlinesi dell’Est possono attraversare il confine con un appropriato permesso.

Poiché il provvedimento è stato preso poche ore prima della conferenza, lo stesso sarebbe dovuto entrare in vigore nei giorni successivi, dando così il tempo di dare la notizia alle guardie di confine.

Alle 18:53 il corrispondente Ansa da Berlino Est, Richard Ehrman, chiede da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore. Schabowski cerca inutilmente una risposta nel foglio che ha di fronte ma la velina del Politburo non chiarisce nulla.

La sua risposta è tanto imbarazzata quanto clamorosa: “ab sofort”, dice, gonfiando i guancioni e stringendosi nelle spalle dell’abito grigio del partito. “Per quanto ne so immediatamente”.

La voce di Günter Schabowski, in diretta sul canale tv DDR1 ed in diretta radiofonica, ha l’effetto di un gol ai mondiali all’ultimo minuto di gioco. La gente si riversa nelle strade urlando e festeggiando e le guardie di frontiera, a corto di informazioni, sono travolte da un’onda che da est e da ovest preme verso il muro. Le drammatiche consultazioni telefoniche dei membri del Politburo sono intente a decidere il da farsi: repressione o libertà? Ma la situazione è ormai ampiamente ingestibile. Si vota per la seconda. E’ la fine di un’epoca.

Kosovo e le radio della speranza

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2008 – Language: Italian

La Voce d'Italia

La voce del militare della KFOR (Forza militare di pace in Kosovo) è categorica: “cambiare la targa appena si entra in Kosovo”. I soldati potrebbero non rispondere di ciò che dovesse accadere. In alcune zone meglio circolare senza targa, l’indecisione potrebbe salvare qualche vita.

Anno Domini: 1999. Il Kosovo è in fiamme. L’orrore che si respira e si vive è difficile da descrivere. E’ passato solo un anno da quando Milosevic ha tolto l’autonomia stabilita da Tito alla regione e la lingua albanese è vietata da un anno.
E ancora orrore, sterminio di massa, pulizia etnica, morti sgozzati per strada, donne violentate, esecuzioni sommarie, fosse comuni.
Questo è lo scenario che le truppe italiane trovano il 12 giugno 1999 mettendo piede nell’area dell’ex repubblica di Jugoslavia, dopo che la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU ha autorizzato l’intervento della forza multinazionale nell’area.
L’etere tace. I mezzi di comunicazione sono annientati, come l’identità e la speranza di due popolazioni fino a qualche tempo prima cordialmente e pacificamente conviventi.

Pec era un tempo una città termale dove la nomenklatura serba andava in vacanza. All’arrivo del primo contingente appare una città deserta, piena solo di cani randagi.
E’ in questo scenario che si svolge il piccolo miracolo italiano, quella voce di speranza che dai 97 Mhz arriva in tutte le case del territorio.
Al generale Del Vecchio è stato dato poco tempo per reperire un ripetitore e le apparecchiature ma il 12 agosto 1999 Radio West (http://www.esercito.difesa.it/root/chisiamo/radio_west.asp) è già on air.
C’è l’impegno della RAI nella fornitura del supporto tecnologico e nella realizzazione dello studio radiofonico, poi arriva RTL 102.5 che permette l’ampliamento del segnale e l’installazione di un potente ripetitore.
Il Tenente Colonnello Scalas diviene l’anima di Radio West a Pec, come in passato lo era stato di Radio Ibis a Mogadiscio.
Di pari passo col lavoro operativo va avanti quello mediatico: la radio viene dotata di un vero e proprio palinsesto ed iniziano le prime trasmissioni in portoghese e spagnolo per i contingenti portoghese e argentino inglobati nella brigata italiana. Informazioni e giornali radio nelle tre lingue si aggiungono a canzoni ed intrattenimento. Ma l’etere libero e la necessità di comunicare ed informare la popolazione locale in breve tempo diviene una necessità e dà un nuovo impulso al progetto Radio West.
Si aggiungono così programmi in serbo ed albanese e le informazioni su viabilità e meteo fornite dall’Aeronautica militare italiana di stanza a Giakova.
Sotto la direzione di Arcangelo Moro, Radio West diventata un punto di riferimento per la popolazione locale, grazie ai telegiornali trasmessi nelle rispettive lingue, rubriche per bambini o d’apprendimento come “Imparo Italiano” una sorta di didattica via etere per far conoscere la lingua italiana. Si parla della pericolosità delle mine (indirizzati in particolare ai bambini), della restituzione delle armi e munizioni da parte dell’UCK (l’esercito di liberazione del Kosovo), della prevenzione degli incendi, dell’esplosione degli ordigni, della ricerca di personale scomparso.
La Telecom mette a disposizione dallo Stato Maggiore dell’Esercito un numero verde al quale telefonare sia dal Kosovo che dall’Italia, un modo per far sentire a casa anche il contingente italiano.

Ma la storia di Radio West non è l’unica in Kosovo. Nella piccola cittadina di Gorazdevac, infatti, nel 2000 nasce una nuova emittente retta da volontari: Darko Dimitjevic che con altri amici poco più che ventenni porta avanti l’emittente con l’aiuto di un computer, raccogliendo informazioni dai giornali e dai siti web o mediante interviste chiedendo passaggi ai militari dell’ONU. La Radio è soprattutto un luogo di incontro per i ragazzi che si vedono il venerdì sera prima di andare al pub, durante la settimana per raccontare la vita di tutti i giorni o per sentire in anteprima le notizie dal Kosovo. Di solito per le dediche chiamano ascoltatori appartenenti a tutte le etnie, principalmente serbi ma anche bosniaci e qualche albanese.
Senza scorta militare sarebbe impossibile attraversare le enclave serbe e la radio è praticamente l’unica via di collegamento tra le zone ancora abitate dai serbi, tanto che con altre cinque radio costituisce un radiogiornale quotidiano, Dnevnik.

La radio è una voce che echeggia in una città ormai deserta: 800 persone, tutti contadini, le altre sono tutte fuggite o vivono ora nei campi profughi in Serbia.
I serbi ascoltano Radio Gorazdevac sui 102.5 Mhz tranne quando manca la corrente. Dal 1999, l’anno dei bombardamenti NATO, infatti la corrente è alternata da frequenti black out che spengono anche la radio non dotata di un generatore.
Ma è il male minore perché niente corrente significa anche niente riscaldamenti, niente fornelli e niente acqua calda. Dalle radio a pile, allora, torna a farsi sentire Radio West con i suoi speaker improvvisati dai dialetti più disparati, i loro saluti, la loro professionalità appresa on air.
Nel 2003 la sua storia è diventata un film.

Poco invece si conosce della stessa passione e dello stesso sforzo che spinge il personale di radio Goraždevac ad andare avanti, con mezzi di fortuna, nel portare parole di pace e rassicurazione via etere. Un angolo di convivenza in uno scenario mediatico governato dall’odio e dalla disinformazione che genera violenza.
Nell’enclave di Goraždevac vivono circa 600 persone senza servizi sanitari e senza lavoro. Radio Goraždevac è ascoltabile tutt’oggi in alcune aree del Kosovo sui 102.5 Mhz, quando c’è corrente.

Kiev: A Year After the Orange Revolution

Article published by OhMyNews International – Year: 2006 – Language: English

OhMyNews International

Mrs. Anna is the woman who works at the coffee shop close to my house in Milan. She is from Ukraine and has been living and working abroad since 1980s. Anna is 54-years old and sometimes talks about her country. She has big hands because she has done a lot of jobs. “When I was young,” she used to joke, “in my country there was the equality of sexes: women were like men, we did the same heavy jobs!

Last autumn she went back to Ukraine. I met her some days before she left for Kiev, the capital of Ukraine, and she showed me her orange scarf. “I’m going to Kiev,” Anna said. “I have to go home for the revolution.”
I was a little bit perplexed. When I returned home and watched TV, the newsman was talking about a far away country, Ukraine, and about a place — Independence Square — where thousands of people, dressed in orange clothes, were going and protesting in sub-zero temperatures for the biggest peaceful demonstration that Ukrainian history remembers: the Orange Revolution.

I traveled to Ukraine a year after those dramatic events of the autumn 2004. Mrs. Anna still works at the bar close to my house and she introduced me to Tanja, her daughter who studies in Kiev.
I meet her and ask her to be my guide. Tanja is 20-years-old and sometimes goes abroad to meet her mother. She has wonderful blond hair and painted nails, she keeps in fashion, has got a trendy mobile phone and speaks English very well.
I can see how different Anna’s old world is from her daughter’s. “One generation, but it seems one hundred years has past!” I think.
We walk between wonderful parks and gold Orthodox and Greek Catholic churches, many of them re-built during the last 20 years because they were destroyed during the Revolution of 1917 (since Communists believed that God didn’t exist, churches were not necessary) and during the Second World War.

We arrive at the beach of the Dnipro, the third largest river in Europe which divides Kiev in two parts, where I see people swimming. In 1986, an explosion destroyed part of the nuclear complex at Chernobyl, a little and still-unknown city in the north of Ukraine (but in those years part of the USSR). Vast areas of eastern and northern Europe were contaminated by the radioactive fallout; large quantities of radioactive cesium were carried into the Dnipro and ultimately deposited in the sediment of the water reservoirs. “Nowadays, we cannot know what the reactions are on human bodies,” Tanja answers to my questions. “However a lot of people still swim in radioactive waters. They don’t worry, they are fatalists.”
What about the Orange Revolution?” I ask her as we resume walking.
She smiles and answers: “Ten years under ex-president Leonid Kuchma left an enormous gap between rich and poor and Ukraine became one of the most corrupt countries in the world. Between 1994 and 2004, privatization placed lucrative companies in the hands of a few rich men. So, after a disputed election, during which he and his favored presidential candidate, Viktor Yanukovych, where accused to electoral malpractices, the reformist Prime Minister Viktor Yushchenko, who some parliamentary communists and oligarchs conspired to sack in 2001, drove the peaceful revolution.

Interesting, but I want to know more. So I ask if no one said anything about the corruption.
The Ukrainian media were not free in the past. There were some scandals.” She continues, “In 2000 the journalist Grygory Gongadze was killed and an audio-tape where a voice very similar to Kuchma can be heard pointed to the alleged involvement of the ex-president, but he never heeded calls from the public to resign.
But during the revolution, those days were signaled from the courage of another girl, Natalya Dymytruk, a sign-language interpreter on the TV channel Ut-1, who refused to translate the words of the government candidate Viktor Yanukovich. She said in one of the most popular TV broadcasts of the country, ‘I’m disappointed to be translating these lies, don’t believe the results they have announced. And this is probably my last day in this job, so goodbye.’ Her rebellion was a shock for the entire nation and for the media world, but by that night Ukrainian viewers were receiving the most free and fair news broadcasts in the nation’s history.

A year after those events, life in Kiev is back to normal. On the stalls, some orange gadgets recall those months. We walk along the big streets through elegant buildings and wonderful churches and stop close to a group of people who are handing out some papers with something written in Cyrillic. I ask Tanja if she can translate the paper. She smiles and reads, “The revolution is not finished.”
So she explains that people are a little bit disenchanted after a year of waiting. They wanted fast changes, but fast changes are impossible. The ideas of revolution are ideas of a new country, a new state without corruption and those changes come slowly, it takes a change of habits and mentality.
Tanja talks always about her mother Anna, whom she loves. “She made a lot of sacrifices in her life. Her life was so different from mine. I want this country to change for her, too.

While she is talking, some young people give us another paper. It’s an advertisement for a global mobile phone company. It used the enthusiasm of the people to launch a new advertising campaign, saying, “The future’s bright, the future’s orange. A sign of the times.
But Tanja is an optimist about the future. She says the revolution is now, it’s here, it’s always, with or without this government. I smile, but maybe I don’t understand her words.
We arrive in Independence Square. I ask her to take a picture of me. It’s 8:30 p.m. The sun is going behind the palaces, painting the sky red and blue. People drink and smile. Tanja looks at me, clicks the camera and says: “Smile, you are inside a revolution.”