Kosovo e le radio della speranza

Article published by La Voce D’Italia – Year: 2008 – Language: Italian

La Voce d'Italia

La voce del militare della KFOR (Forza militare di pace in Kosovo) è categorica: “cambiare la targa appena si entra in Kosovo”. I soldati potrebbero non rispondere di ciò che dovesse accadere. In alcune zone meglio circolare senza targa, l’indecisione potrebbe salvare qualche vita.

Anno Domini: 1999. Il Kosovo è in fiamme. L’orrore che si respira e si vive è difficile da descrivere. E’ passato solo un anno da quando Milosevic ha tolto l’autonomia stabilita da Tito alla regione e la lingua albanese è vietata da un anno.
E ancora orrore, sterminio di massa, pulizia etnica, morti sgozzati per strada, donne violentate, esecuzioni sommarie, fosse comuni.
Questo è lo scenario che le truppe italiane trovano il 12 giugno 1999 mettendo piede nell’area dell’ex repubblica di Jugoslavia, dopo che la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU ha autorizzato l’intervento della forza multinazionale nell’area.
L’etere tace. I mezzi di comunicazione sono annientati, come l’identità e la speranza di due popolazioni fino a qualche tempo prima cordialmente e pacificamente conviventi.

Pec era un tempo una città termale dove la nomenklatura serba andava in vacanza. All’arrivo del primo contingente appare una città deserta, piena solo di cani randagi.
E’ in questo scenario che si svolge il piccolo miracolo italiano, quella voce di speranza che dai 97 Mhz arriva in tutte le case del territorio.
Al generale Del Vecchio è stato dato poco tempo per reperire un ripetitore e le apparecchiature ma il 12 agosto 1999 Radio West (http://www.esercito.difesa.it/root/chisiamo/radio_west.asp) è già on air.
C’è l’impegno della RAI nella fornitura del supporto tecnologico e nella realizzazione dello studio radiofonico, poi arriva RTL 102.5 che permette l’ampliamento del segnale e l’installazione di un potente ripetitore.
Il Tenente Colonnello Scalas diviene l’anima di Radio West a Pec, come in passato lo era stato di Radio Ibis a Mogadiscio.
Di pari passo col lavoro operativo va avanti quello mediatico: la radio viene dotata di un vero e proprio palinsesto ed iniziano le prime trasmissioni in portoghese e spagnolo per i contingenti portoghese e argentino inglobati nella brigata italiana. Informazioni e giornali radio nelle tre lingue si aggiungono a canzoni ed intrattenimento. Ma l’etere libero e la necessità di comunicare ed informare la popolazione locale in breve tempo diviene una necessità e dà un nuovo impulso al progetto Radio West.
Si aggiungono così programmi in serbo ed albanese e le informazioni su viabilità e meteo fornite dall’Aeronautica militare italiana di stanza a Giakova.
Sotto la direzione di Arcangelo Moro, Radio West diventata un punto di riferimento per la popolazione locale, grazie ai telegiornali trasmessi nelle rispettive lingue, rubriche per bambini o d’apprendimento come “Imparo Italiano” una sorta di didattica via etere per far conoscere la lingua italiana. Si parla della pericolosità delle mine (indirizzati in particolare ai bambini), della restituzione delle armi e munizioni da parte dell’UCK (l’esercito di liberazione del Kosovo), della prevenzione degli incendi, dell’esplosione degli ordigni, della ricerca di personale scomparso.
La Telecom mette a disposizione dallo Stato Maggiore dell’Esercito un numero verde al quale telefonare sia dal Kosovo che dall’Italia, un modo per far sentire a casa anche il contingente italiano.

Ma la storia di Radio West non è l’unica in Kosovo. Nella piccola cittadina di Gorazdevac, infatti, nel 2000 nasce una nuova emittente retta da volontari: Darko Dimitjevic che con altri amici poco più che ventenni porta avanti l’emittente con l’aiuto di un computer, raccogliendo informazioni dai giornali e dai siti web o mediante interviste chiedendo passaggi ai militari dell’ONU. La Radio è soprattutto un luogo di incontro per i ragazzi che si vedono il venerdì sera prima di andare al pub, durante la settimana per raccontare la vita di tutti i giorni o per sentire in anteprima le notizie dal Kosovo. Di solito per le dediche chiamano ascoltatori appartenenti a tutte le etnie, principalmente serbi ma anche bosniaci e qualche albanese.
Senza scorta militare sarebbe impossibile attraversare le enclave serbe e la radio è praticamente l’unica via di collegamento tra le zone ancora abitate dai serbi, tanto che con altre cinque radio costituisce un radiogiornale quotidiano, Dnevnik.

La radio è una voce che echeggia in una città ormai deserta: 800 persone, tutti contadini, le altre sono tutte fuggite o vivono ora nei campi profughi in Serbia.
I serbi ascoltano Radio Gorazdevac sui 102.5 Mhz tranne quando manca la corrente. Dal 1999, l’anno dei bombardamenti NATO, infatti la corrente è alternata da frequenti black out che spengono anche la radio non dotata di un generatore.
Ma è il male minore perché niente corrente significa anche niente riscaldamenti, niente fornelli e niente acqua calda. Dalle radio a pile, allora, torna a farsi sentire Radio West con i suoi speaker improvvisati dai dialetti più disparati, i loro saluti, la loro professionalità appresa on air.
Nel 2003 la sua storia è diventata un film.

Poco invece si conosce della stessa passione e dello stesso sforzo che spinge il personale di radio Goraždevac ad andare avanti, con mezzi di fortuna, nel portare parole di pace e rassicurazione via etere. Un angolo di convivenza in uno scenario mediatico governato dall’odio e dalla disinformazione che genera violenza.
Nell’enclave di Goraždevac vivono circa 600 persone senza servizi sanitari e senza lavoro. Radio Goraždevac è ascoltabile tutt’oggi in alcune aree del Kosovo sui 102.5 Mhz, quando c’è corrente.

Kiev: A Year After the Orange Revolution

Article published by OhMyNews International – Year: 2006 – Language: English

OhMyNews International

Mrs. Anna is the woman who works at the coffee shop close to my house in Milan. She is from Ukraine and has been living and working abroad since 1980s. Anna is 54-years old and sometimes talks about her country. She has big hands because she has done a lot of jobs. “When I was young,” she used to joke, “in my country there was the equality of sexes: women were like men, we did the same heavy jobs!

Last autumn she went back to Ukraine. I met her some days before she left for Kiev, the capital of Ukraine, and she showed me her orange scarf. “I’m going to Kiev,” Anna said. “I have to go home for the revolution.”
I was a little bit perplexed. When I returned home and watched TV, the newsman was talking about a far away country, Ukraine, and about a place — Independence Square — where thousands of people, dressed in orange clothes, were going and protesting in sub-zero temperatures for the biggest peaceful demonstration that Ukrainian history remembers: the Orange Revolution.

I traveled to Ukraine a year after those dramatic events of the autumn 2004. Mrs. Anna still works at the bar close to my house and she introduced me to Tanja, her daughter who studies in Kiev.
I meet her and ask her to be my guide. Tanja is 20-years-old and sometimes goes abroad to meet her mother. She has wonderful blond hair and painted nails, she keeps in fashion, has got a trendy mobile phone and speaks English very well.
I can see how different Anna’s old world is from her daughter’s. “One generation, but it seems one hundred years has past!” I think.
We walk between wonderful parks and gold Orthodox and Greek Catholic churches, many of them re-built during the last 20 years because they were destroyed during the Revolution of 1917 (since Communists believed that God didn’t exist, churches were not necessary) and during the Second World War.

We arrive at the beach of the Dnipro, the third largest river in Europe which divides Kiev in two parts, where I see people swimming. In 1986, an explosion destroyed part of the nuclear complex at Chernobyl, a little and still-unknown city in the north of Ukraine (but in those years part of the USSR). Vast areas of eastern and northern Europe were contaminated by the radioactive fallout; large quantities of radioactive cesium were carried into the Dnipro and ultimately deposited in the sediment of the water reservoirs. “Nowadays, we cannot know what the reactions are on human bodies,” Tanja answers to my questions. “However a lot of people still swim in radioactive waters. They don’t worry, they are fatalists.”
What about the Orange Revolution?” I ask her as we resume walking.
She smiles and answers: “Ten years under ex-president Leonid Kuchma left an enormous gap between rich and poor and Ukraine became one of the most corrupt countries in the world. Between 1994 and 2004, privatization placed lucrative companies in the hands of a few rich men. So, after a disputed election, during which he and his favored presidential candidate, Viktor Yanukovych, where accused to electoral malpractices, the reformist Prime Minister Viktor Yushchenko, who some parliamentary communists and oligarchs conspired to sack in 2001, drove the peaceful revolution.

Interesting, but I want to know more. So I ask if no one said anything about the corruption.
The Ukrainian media were not free in the past. There were some scandals.” She continues, “In 2000 the journalist Grygory Gongadze was killed and an audio-tape where a voice very similar to Kuchma can be heard pointed to the alleged involvement of the ex-president, but he never heeded calls from the public to resign.
But during the revolution, those days were signaled from the courage of another girl, Natalya Dymytruk, a sign-language interpreter on the TV channel Ut-1, who refused to translate the words of the government candidate Viktor Yanukovich. She said in one of the most popular TV broadcasts of the country, ‘I’m disappointed to be translating these lies, don’t believe the results they have announced. And this is probably my last day in this job, so goodbye.’ Her rebellion was a shock for the entire nation and for the media world, but by that night Ukrainian viewers were receiving the most free and fair news broadcasts in the nation’s history.

A year after those events, life in Kiev is back to normal. On the stalls, some orange gadgets recall those months. We walk along the big streets through elegant buildings and wonderful churches and stop close to a group of people who are handing out some papers with something written in Cyrillic. I ask Tanja if she can translate the paper. She smiles and reads, “The revolution is not finished.”
So she explains that people are a little bit disenchanted after a year of waiting. They wanted fast changes, but fast changes are impossible. The ideas of revolution are ideas of a new country, a new state without corruption and those changes come slowly, it takes a change of habits and mentality.
Tanja talks always about her mother Anna, whom she loves. “She made a lot of sacrifices in her life. Her life was so different from mine. I want this country to change for her, too.

While she is talking, some young people give us another paper. It’s an advertisement for a global mobile phone company. It used the enthusiasm of the people to launch a new advertising campaign, saying, “The future’s bright, the future’s orange. A sign of the times.
But Tanja is an optimist about the future. She says the revolution is now, it’s here, it’s always, with or without this government. I smile, but maybe I don’t understand her words.
We arrive in Independence Square. I ask her to take a picture of me. It’s 8:30 p.m. The sun is going behind the palaces, painting the sky red and blue. People drink and smile. Tanja looks at me, clicks the camera and says: “Smile, you are inside a revolution.”