Scusi, in che Millennial siamo?

Scusi, in che Millennial siamo?

In tempi in cui la politica fa spettacolo a suon di felpe, gattini e creme al cioccolato, “l’ho letto su Facebook” è la frase più usata da quelli di una certa età.  Come se Facebook fosse di per sé fonte primaria di informazione, senza la verifica che la notizia appena letta sia frutto di dichiarazioni reali, fake news o Lercio (il sito satirico di notizie grottesche dichiaratamente inventate).

Neanche il tempo di fare una lunga premessa (ripetiamo insieme: “premesso che la mia posizione è apolitica”, oppure “indipendentemente da quale siano le vostre opinioni” e bla bla bla per cercare di non pestare troppe uova nel paniere) che buonisti e cattivisti si sono già schierati nei commenti a colpi di “fascista” e “comunista”, che nel migliore dei casi ti danno del Saviano o, peggio, ti danno del PD.

Forse è da questo che dovremmo capire che l’Italia è un pese invecchiato male, sa di tappo prima ancora di stappare la bottiglia, o forse perché non ascolta più i giovani o non sa più dove siano andati a finire. E se, in tempi così incerti, c’è chi preferisce tornare alle certezze del passato (la terra piatta, la donna in cucina, ecc.) una domanda mi nasce spontanea: mi scusi, ma in che Millennial siamo?

Ascoltiamo i giovani, questi sconosciuti e indecifrabili. Ma poi di quali giovani parliamo? Se si sentono giovani anche quelli della generazione X, cosa dovrebbero pensare quelli delle generazioni Y e Z? (Se vuoi saperne di più sulla tua generazione guarda questo video di Youtube: clicca qui).

Sì, esatto, i giovani. I “fannulloni”, “mammoni”, “bamboccioni”, “choosy”, come sono stati definiti, con colori diversi, da esponenti politici di diverso colore. E se proprio non hai termini per definirli, chiamali pure Millennials. Sì, esatto, i giovani. Proprio quelli che su Facebook non ci sono e, magari, non ci sono mai stati. Al massimo li trovi su Instagram, ma per capirli meglio dovresti fare un giro su Snapchat o Tik Tok. Sì, esatto, i giovani, quelli che il venerdì bigiano la scuola per manifestare a favore dell’ambiente. Li critichiamo perché non ricordiamo più che, ai tempi, bigiavamo la scuola per molto meno. Non li capisci i giovani e non li capisco nemmeno io. Questo, da che mondo è mondo, è il primo sintomo di vecchiaia.

Federico Capeci in Post-Millennials Marketing (Franco Angeli Editore), ci dà alcuni parametri interpretativi per capire meglio i Millennials, nell’attesa che cresca la nuova generazione, quella dei Centennials: “Da un certo momento in poi, tutto è cambiato. I giovani non si capiscono più, i mezzi di comunicazione hanno un ROI (Ritorno d’Investimento) sempre più ridotto, la creatività non attira l’attenzione, i negozi si svuotano a favore di un’APP o di un sito”. Perché?

È una domanda che l’industria, il mondo della pubblicità e quello del marketing hanno già iniziato a porsi. Per noi che veniamo dagli anni in cui la pubblicità ha ucciso l’Uomo Ragno forse è il momento di iniziare a farci le stesse domande. E se socialità, trasparenza, immediatezza, libertà ed esperienza (S.T.I.L.E.) sono i valori base delle nuove generazioni, siamo sicuri che quando giudichiamo, critichiamo, interpretiamo o semplicemente osserviamo il mondo che ci circonda lo facciamo con la stessa lente d’ingrandimento dei Millennials?